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	<title>Santa Famiglia - Comunità Parrocchiale Fano &#187; Opinioni</title>
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		<title>Di ritorno dalla veglia del Papa</title>
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		<pubDate>Sat, 21 Sep 2013 09:30:39 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Cogliere la realtà è osservarla piuttosto che descriverla a parole e presuppone un silenzio che in pochi sono disposti a “sopportare”. Dall&#8217;albero del silenzio pende il suo frutto, la pace. (A. Schopenhauer). Il Papa ci ha chiamati ai piedi di quella pianta e con discreto imbarazzo ci siamo dovuti accodare ad un popolo silenzioso; Nessuno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Cogliere la realtà è osservarla piuttosto che descriverla a parole e presuppone un silenzio che in pochi sono disposti a “sopportare”. Dall&#8217;albero del silenzio pende il suo frutto, la pace. (A. Schopenhauer). Il Papa ci ha chiamati ai piedi di quella pianta e con discreto imbarazzo ci siamo dovuti accodare ad un popolo silenzioso; Nessuno spettacolo! Solo un libretto di 90 (!!) pagine che  guidava un  silenzio a tratti  insopportabile. Non nascondo la mia disabitudine al silenzio. Piazza San Pietro   gremita di fedeli (…non strabordante come in tanti altri momenti a fronte di una città piena di gente e di locali  pieni confermano  che la crisi non è solo di natura economica) in un silenzio surreale  pone la domanda del senso stesso di quel “deserto” pieno di persone; ma abituati come siamo al peso  del fluire inarrestabile delle parole la realtà del silenzio ci imbarazza, ci fa storcere il naso all’insù; le riprese televisive hanno più volte colto il Papa in preghiera  stanco e prossimo all’addormentamento che, peraltro non ha fatto fatica a contagiarci. E’ la prima volta che torno a casa con un senso di “fatica” difficile da gestire perché in realtà il compito a casa che ci è stato affidato dal papa è inginocchiarci per elemosimare  la pace di cui abbiamo un gran bisogno e riconoscere che i  grandi cambiamenti  sono etero diretti; le nostre raffinate strategie lasciano il tempo che trovano; la pace è dura, come la realtà che non è come la vorremmo e non si ottiene   con strategie  a tavolino  o  scimmiottando i grandi profeti della storia ma cambiando noi stessi; è tempo di cambiamento; la realtà ci sta cambiando le carte in tavola; tutto cambia ma c’è una resistenza incredibile al cambiamento; ognuno, se con realismo guarda la propria vita non può che vedere addirittura  dei tratti regressivi, altroché rivoluzionari; don Oreste diceva  sempre : siate incendiari piuttosto che pompieri. se  guardiamo in faccia le nostre realtà famigliari, e tutti i luoghi che abitualmente tocchiamo con la nostra presenza, non possiamo far altro che metterci in discussione e riconoscere che  è da quel mondo che nascono le bombe che di volta in volta insanguinano le parti più impensate del mondo; c’è un legame stretto tra micro e macro storia, ormai non vi è alcun dubbio.</p>
<p>Oggi i mezzi di comunicazione amplificano a volte in maniera esagerata gli eventi tragici di una quotidianità che coinvolgono le famiglie, i ragazzi etc.; è come se il male inspiegabile e incredibile non avesse più paura di essere ostentato; madri che uccidono i figli, e viceversa  sono la punta di un iceberg che impone una riflessione sul cuore dell’uomo;</p>
<p>da sempre la chiesa studia questa patologia conoscendo, con il vangelo la sua fisiologia; oggi, i midia urlano ciò che da millenni viene raccontato nei confessionali ma i dati raccolti, ahimè vengono male interpretati spesso da figure professionali “accattivanti” e apparentemente sagge; il cuore dell’uomo non è spiegabile con singole branche scientifiche o filosofiche; solo lo sguardo rivolto a  “Colui che ha fatto il mondo” ( Così si intitola un bel libro di a. Zichici) può farci entrare nel merito; le librerie sono piene di “ nuovi stregoni” che  sembrano spiegare tutto a tutti; ad ogni esigenza c’è una risposta, poco importa se giusta o sbagliata, ma ciò che preoccupa è la perdita di contatto con i fondamentali della realtà; è di questi giorni la polemica ( nota da anni a chi è attento ai linguaggi ) a quella gravissima interpretazione che ad alcuni  fa sorridere ma a me impietrisce e cioè la abolizione dei termini Padre e madre  a favore di genitore 1 e genitore 2; una rivoluzione silenziosa, devastante e violenta ( soprattutto  per le generazioni future  che navigheranno prive di bussola) che ha un compito micidiale e cioè disconoscere la paternità delle paternità, quella di Dio che è l’unica capace di sostenere le sorti del mondo; una mina  quasi silenziosa  messa alle radici di un palazzo  che può crollare tutto più che una esplosione nucleare; abbiamo un compito straordinario irrinunciabile al di la della nostre piccolezze, i nostri difetti, le nostre incongruità ed è quello di ricostruire il vocabolario della vita   sia pure quello dei sinonimi e contrari  contrastando quell’antilingua che vorrebbe solo sinonimie e accattivanti menzogne passate per verità.</p>
<p>Ma c’è un passaggio cruciale che ci deve interrogare in maniera seria e non è facile( in primis per me): non è infatti, questo un compito esclusivamente personale ma di popolo; molte volte parliamo di cose vere ma  siamo di ostacolo alla verità; tante volte mi fermo a pensare se dietro il fiume di parole che ormai non ci costa neppure fatica a far scorrere c’è l’ incontro con una misericordia che non vuole “cancellare” ma indicare. Dunque la vera esigenza è di vivere questa passione per la verità come popolo; è un compito altrettanto difficile perché siamo abituati al devozionismo e al personalismo  (quanti di noi si perdono dietro ai predicatori che ci dicono di volta in volta quello che vogliamo, ); il grande B. XVI  il Papa che ha sorretto tre papati ( non ultimo l’attuale) nella catechesi del suo commiato  ha indicato nel popolo presente in piazza san Pietro la certezza che  Dio è li e la chiesa non finirà mai; mi guardavo intorno; e vedevo tanta gente normale, alcuni fastidiosi e rumorosi    altri assorti nella preghiera, ma il timone era in mani sicure pur nel clamoroso gesto; è la stessa esperienza che mi ha fatto cogliere la Macerata Loreto; nella notte un popolo che cammina con il proprio fardello sa di essere ben guidato e giunge sicuramente a destinazione. Purché ci si renda conto di dover seguire Qualcuno e non se stessi; la Chiesa  è questa garanzia . Continuo ad avere questa netta convinzione.</p>
<p>&nbsp;</p>
<p>Francesco Amaduzzi</p>
<p><em> </em></p>
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		<title>Chiara Petrillo</title>
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		<pubDate>Sat, 23 Jun 2012 17:02:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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<p>Se il punto di riferimento dei nostri giudizi non parte dalla realtà si rischia di crearne una artificiosa dove le parole esprimono solo astrazioni vuote e definizioni inutili. In questo contesto la stessa definizione di Credente o non credente, apparentemente così demarcabile, diventa semplicemente un inutile biglietto autoreferenziale che uno può esibire ma che a nulla giova. La vita quando ti accarezza inaspettatamente coi suoi momenti significative come il dolore e la morte improvvisamente mette le caselle al posto giusto senza il bisogno presentazioni .</p>
<p>Molti di noi in questi giorni hanno fatto parte di quella schiera di persone che è rimasta incollata a YouTube e commossa per la storia di una giovane madre (Chiara) che muore a 28 anni per un tumore dopo aver rinunciato a curarsi (e chissà… forse… a guarire) a favore del figlio che era in grembo dopo altre due gravidanze conclusasi con la morte neonatale di altri due bambini gravemente malformati ma attesi comunque come una grande benedizione Ma che cosa c’è di così importante in quella gravidanza che mette la propria vita tutta a sostegno di questo evento fino all’estremo sacrificio? Un atto di eroismo? La fede è li per chiederci “lo sforzo” dell’eroismo? E Perché dunque questa insistenza nel sostenere una vita anche quando né è prevista la fine entro mezz’ora dalla nascita? Quale ragione umana o quale ragionevolezza in tutto questo?</p>
<p>Molti immaginano il cristianesimo come una sorta di ‘’optional’’ necessario per rende la vita ‘’meno dura’’ inseguendo quindi un fine utilitaristico;… un oppio per intenderci, ma la vita ci insegna che non è così, sia la nostra vita dove il dolore non è risparmiato ma anche quella di nostro Signore che non ha avuto ‘’i saldi’’ del dolore umano; il prezzo lo ha pagato per intero.. Qualche anno fa ho fatto visita ad un opera d’arte a Napoli, che mi ha meravigliato per essere così sconosciuta e mi ha entusiasmato forse più della celebre Pietà di Michelangelo.; “Il Cristo velato”. è sconvolgente per l’intuizione dell’artista che scolpisce dal marmo la figura di un Cristo morto ricoperto di un panno( anch’esso di marmo) trasparente. La materia non ci può distogliere dal vedere oltre. In fondo anche Chiara ci dice questo e con parole di una semplicità incredibile ci dice che Dio ha messo dentro di noi la capacità di capire in maniera inequivocabile; l’uomo è un essere piccolo ma capace di Dio. Don Oreste qualche annetto orsono ci diceva sempre: “parlate della vita, sempre” perché Dio ha scelto la vita per proporsi e rendere trasparente (pur nel mistero) i suoi significati; questa capacità ci è donata con la vita dei Santi che insistentemente, costantemente ci svelano dei tratti di strada di impensabile bellezza .La parola di Dio passa sempre attraverso le persone come Dio ha fatto attraverso Suo figlio nato da una normalissima gravidanza e questa finisce per essere centrale per la comprensione della realtà; mentre la scienza e le applicazioni la rendono sempre meno misteriosa nei meccanismi di espressione fino alla capacità di riprodurla la sua scintilla spesso ci viene oscurata quando si confonde il meccanismo della vita con l’arroganza di una possibile autopoiesi che ne esclude la dipendenza da Dio. Il marmo che ricopre il Cristo napoletano torna ad essere di pietra e impermeabile all’intelligenza.</p>
<p>Francis Crick celebre Nobel e scopritore della ‘’molecola della vita’’ il DNA ebbe a dire, dopo la sua scoperta: “E’ inebriante per la prima volta possiamo sentirci al posto di Dio” Essere non credenti, oggi significa ( per tutti)non vedere il senso, per chi crede rimane comunque un mistero di cui si intuisce bellezza e per cui tutto vale la pena….. un millimetro ma di grande sostanza; un ghigno per chi non crede un sorriso per chi crede.</p>
<p>L’aborto è senza dubbio la sconfitta della ragione e della fede, il de profundis della speranza e la rinuncia al cambiamento. Molti oggi lo considerano un atto di libera scelta piuttosto che il segno evidente di un atteggiamento reazionario e conservatore perché la vita è rivoluzione e il cambiamento che ci viene chiesto è di accettarla. Nella società Romana migliaia di anni orsono vi era il padre disponeva del della vita dei propri figli come un diritto, quasi fosse un diritto naturale; oggi questo diritto è stato decretato a favore ( sic!) delle donne con l’assenso( o meglio l’indifferenza) di tutti; anche oggi la Consulta ha emesso una sentenza a favore della legge 194 che rimane nelle nostre coscienza una macchia che accompagna la nostra generazione; è costituzionale, dunque uccidere. Sembra pesarci l’insistenza della chiesa che tenta in ogni modo di arginare l’offensiva contro la vita mentre per il quieto vivere queste decisione della giustizia annientano la reazione della coscienza che ne rimane indifferente . Queste sentenze sono invece ‘’storia’’ a tutti gli effetti. Incidono il tessuto sociale danneggiandolo e producendo infelicità e dolore; l’aborto lascia ferite che non cicatrizzano patologie depressive che non esitano in gesti auto lesivi; non serve il buonismo assolutorio né parole di circostanza; il dolore è dolore. Punto. La psicoanalisi è a dire di qualcuno una confessione senza assoluzione; la chiesa dunque è l’unico luogo dove quella gravidanza interrotta può legandosi all’infinita bontà di Dio ritrovare pace. La chiesa è lo strumento di questa speranza altro che luogo del giudizio perché è testimone della resurrezione che né è la terapia. C’è un legame profondo che unisce la gravidanza di Maria e la speranza per il mondo e ogni gravidanza ne è un ricordo; Poche ore prima di morire, Chiara rispondeva al marito che le chiedeva se il dolore era davvero così leggero come lo descriveva il vangelo:’’ Senza tentennamenti Chiara ha detto “Si perché la vita non è misurabile in minuti ma mezz’ora o 100 anni sono la stessa cosa nel mistero di chi l’ha voluta. Lei come Beretta Molla recentemente beatificata come le tante mamme che hanno costituito l’associazione ‘’la quercia millenaria’’ come la casa degli stati vegetativi don Orione di Bergamo ci camminano avanti comprendere il destino di bene che ci aspetta anche quando sembra che il dolore ci toglie le forze per comprendere; ma è in quel momento che si decide il nostro essere credenti o no .</p>
<p>Francesco Amaduzzi<br /> Associazione la famiglia</p>
<p><a href="https://www.santafamiglia.info/2012/06/chiara-petrillo/"><em>Clicca qui per vedere il video incorporato.</em></a></p>
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		<title>UNA SORELLA DI NOME FRANCESCA</title>
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		<pubDate>Sun, 13 May 2012 13:26:48 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Che cosa significa essere affetti da Sindrome di Down? Non so dire che cosa significhi per un Down essere Down, ma so che cosa significa per una famiglia essere arricchita con questo cromosoma in più che ha uno dei suoi componenti.  Per me, per noi, credo che il cuore di ogni discorso sia racchiuso in [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Che cosa significa essere affetti da Sindrome di Down? Non so dire che cosa significhi per un Down essere Down, ma so che cosa significa per una famiglia essere arricchita con questo cromosoma in più che ha uno dei suoi componenti.  Per me, per noi, credo che il cuore di ogni discorso sia racchiuso in questa idea di “di più”, piuttosto che di “di meno”. Per noi Francesca non ha niente in meno di altri, quanto piuttosto ha qualcosa in più.</p>
<p>Quel cromosoma in più… sarà quello probabilmente ciò che spiega tutto il “di più” che Francesca vive e permette di vivere a chi le vive accanto. E’ un “di più” che è difficile da spiegare, perché è un legame che va oltre il viscerale, oltre l’amicizia, oltre l’affetto. Francesca non è legata col sangue a nessuno di noi… la sua famiglia, così come i suoi amici, se li tiene stretti non per un legame di sangue, quanto per il suo apparire bisognosa di tutti noi e allo stesso tempo essere invece indispensabile per ciascuno di noi. Aiutarla a diventare grande, infatti, ci fa rendere conto di quanto sia vero soprattutto  il contrario, cioè che lei aiuta ciascuno di noi, famiglia, amici, a diventare come lei… per fortuna!</p>
<p>Ci fa riappropriare del senso vero della vita. Davvero con lei si capisce che ciò che è scritto nel Vangelo, che i fratelli piccoli sono il volto di Cristo (chi fa questo ad uno solo dei miei fratelli più piccoli è come se lo avesse fatto a me), non è un semplice elogio al servizio.  Non è il servire i piccoli che ci rende evangelici, quanto ciò che fa muovere quel servizio, ovvero il fatto che riconosciamo in loro la grandezza del Signore, presente in mezzo a noi… riconosciamo che ciò che loro possono portare nella nostra vita è semplicemente la sintesi della grandezza di Dio, che opera meraviglie. Un Dio che permette che una bambina affetta da sindrome di Down, la cui mamma naturale non si ritiene pronta ad accogliere, va oltre il destino di morte scelto per lei, irrompe nella vita di una famiglia che niente aveva avuto a che fare con lei, sconvolge e polarizza la vita dei 5 componenti, che da quel momento, quotidianamente ricevono da lei la risposta che nessuno di essi debba essere in grado di occuparsi di lei, perché lei fa crescere ognuno nella sua cura e insegna ad ognuno come prendersi cura di lei…</p>
<p>Ogni giorno Francesca ci ricorda che diventare grandi, maturare, crescere è faticoso per tutti, che tutti noi abbiamo bisogno di sbagliare, di prendere coscienza di ciò che siamo, di ciò che possiamo o non possiamo fare, dei nostri limiti e delle nostre potenzialità, tutti dobbiamo imparare a chiedere aiuto quando non ce la facciamo, tutti dobbiamo fidarci di chi ci vuole bene e sforzarci di fare ciò che ci sembra difficile, ma che è necessario, che non dobbiamo avere paura di buttarci nel fare qualcosa che ci sembra più grande di noi, perché è solo così che ci miglioriamo.</p>
<p>Tutto questo spesso noi ce lo dimentichiamo. Il nostro “bastare a noi stessi”, tentazione originale della condizione umana, Francesca ci ricorda che è inutile e pericoloso… che tutti abbiamo bisogno degli altri per dare il meglio di noi, e della Provvidenza del Signore che opera meraviglie nella nostra vita.</p>
<p>La storia di Francesca è una di queste meraviglie. Non è una meraviglia che la nostra famiglia ha compiuto. Affatto. Ma sicuramente il Signore ha compiuto una meraviglia nelle nostre vite attraverso di lei. Babbo si sforza ogni giorno nell’avere a che fare con una “piccola donna”, che sarà sempre piccola, ma che va aiutata a diventare grande e arrivato a 56 anni continua a non considerarsi arrivato, ma pensa ancora al futuro;  mamma si accorge quotidianamente delle grandi conquiste che Francesca fa grazie all’amore e alla perseveranza che lei ci mette e acquista, nel dubbio costante se fa o non fa la cosa giusta, la consapevolezza  che le scelte fatte per amore della figlia, mettendo da parte le sue paure, sono le uniche giuste; Elena vive il Vangelo, respirato da piccola, senza accorgersene; Benedetta si accosta al servizio e scopre in questa relazione coi più piccoli un suo grande dono;  io ringrazio ogni giorno il Signore per il punto di riferimento che Francesca rappresenta per la mia famiglia e per l’unità che ci chiama a fare, nonostante le distanze fisiche o le distanze del cuore; Erika diventa amica di Francesca e scopre che l’amicizia non è sempre un rapporto alla pari e che il dono di sé, che è il cardine dell’amicizia, non è un sacrificio, ma gioia che genera tanta gioia e tanti sorrisi.</p>
<p>E poi ci sono le sue amiche, la sua classe. Ragazze che fin da piccole, e comunque ancora adesso non sono donne, hanno percepito l’importanza di includere una loro amica “più piccola” perché lei conta su di loro per diventare grande… e quando anche i grandi non riescono a buttarsi nel prendersi la responsabilità di portare in gita scolastica, per 3 giorni, una ragazza Down, ecco che un gruppo di 17enni stupisce tutti. Stimolate da Francesca, testardamente decisa a vedere rispettato il suo diritto di vivere con la sua classe la gita scolastica,  in mezzo all’indecisione di insegnanti, preside e famigliari, inconsapevolmente “paladina del diritto”,  chiede alle sue amiche di tirare fuori il bello, il meglio di sé,  e queste ragazze, senza troppi problemi, ecco che si prendono cura di lei, in semplicità, come del resto ogni giorno fanno a scuola, permettendole così di vivere una gita “da grande”, senza che ci sia nessuno della sua famiglia ad assicurarsi che si sia lavata i denti,  che abbia allacciato le scarpe, o che abbia preso la sua medicina ogni mattina. Francesca diventa grande grazie alle sue amiche e le sue amiche diventano sicuramente grandi grazie a lei. E la sua famiglia gioisce del fatto che Francesca ce la fa sola… non è lei che ha bisogno di noi!</p>
<p>Ogni passo che lei compie per diventare grande, ogni volta che lei dimostra di essere un po’ più autonoma, rappresenta per tutti coloro che si impegnano per questo una grande conquista. E per la società in cui viviamo è sicuramente una grande conquista vedere uno dei suoi membri più deboli diventare forti…  sarebbe bello che ogni membro che riteniamo, probabilmente erroneamente, debole, nella nostra società, venga stimolato ed aiutato per diventare forte… fin quando non saremo tutti impegnati per questo, vivremo tutti in una società debole.</p>
<p>In particolare, la sorella Elena, su Facebook, ha sintetizzato questa recente piccola grande conquista di Francesca così: <em>dopo un racconto dettagliato </em>(della gita da parte di Franci<em>) mi sento di dire&#8230; il &#8220;viaggio di istruzione&#8221; non è stato un successone solo per lei, e comunque già non sarebbe poco, ma lo è stato per la sua famiglia, per la sua classe, per le insegnanti e la scuola, e per la società civile in generale!</em></p>
<p>E’ per questo che secondo noi una ragazza “Down” ha qualcosa in più e non qualcosa in meno… quel piccolo cromosoma in più quante cose belle tira fuori nelle persone che le stanno intorno! Vale davvero la pena investire tempo ed energie per crescere con lei e con ogni bambino che come lei ha un “di più” da donare alla società… Sicuramente è meraviglia del Signore ai nostri occhi increduli vedere quanto la debolezza apparente sia in realtà miracolo e forza generatrice d’amore!</p>
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		<title>La messa quotidiana</title>
		<link>https://www.santafamiglia.info/2012/04/la-messa-quotidiana/</link>
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		<pubDate>Thu, 19 Apr 2012 07:59:06 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Donvi scrive e parla...]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[CARI AMICI VIVIAMO LA MESSA QUOTIDIANA PER RICORDARE MOMENTI DI VITA, DI GIOIA O DI DOLORE. 1.LA FESTA DEL BATTESIMO proprio o dei figli. cerchiamo la data del nostro battesimo e di quello dei figli o figliocci( quelli di cui siamo stati padrini o madrine!) . Festeggiamo il battesimo regalandoci la messa in quel giorno [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>CARI AMICI  VIVIAMO LA MESSA QUOTIDIANA PER RICORDARE  MOMENTI DI VITA, DI GIOIA O DI DOLORE.</p>
<p>1.LA FESTA DEL BATTESIMO proprio o dei figli. cerchiamo la data del nostro battesimo e di quello dei figli o figliocci( quelli di cui siamo stati padrini o madrine!) . Festeggiamo il battesimo regalandoci la messa in quel giorno  e una intenzione alla preghiera dei fedeli   e poi   una preghiera in famiglia quando ci si riunisce per mangiare.</p>
<p>2. L&#8217;ANNIVERSARIO DI MATRIMONIO. Nel giorno del vostro anniversario aprite la giornata con la messa quotidiana vissuta come coppia per rinnovare il sacramento ricevuto,  se possibile assieme ai vostri figli. Sarà ancora più bella la festa che preparerete in famiglia o tra parenti e amici.</p>
<p>3. IL COMPLEANNO DEI FIGLI O NIPOTI. Quale regalo più bello  un genitore cristiano può fare ad un figlio se non affidarlo al Signore perché gli riveli il Suo volto e la Sua misericordia?  Così la partecipazione alla messa quotidiana può sottolineare UN TRAGUARDO  NELLA VITA DEI FIGLI, può essere invocazione di aiuto in MOMENTO DIFFICILE DELLA LORO VITA, può essere invocazione dello Spirito prima di un dialogo spirituale con un figlio adolescente  che vive una vita sbagliata.</p>
<p>4.Vivere insieme come coppia la messa quotidiana   per sottolineare una RICONCILIAZIONE TRA CONIUGI dopo un momento di incomprensione o di lontananza o (sarebbe bellissimo) dopo una separazione magari accompagnata con la benedizione degli anelli nuziali.</p>
<p>5. Per voi giovani le occasioni per regalarvi la messa quotidiana possono essere le più svariate ma tutte preziose: chiedere  la luce di Cristo per il DISCERNIMENTO VOCAZIONALE,  ritrovarsi a pregare per la SCELTA DELLA SCUOLA O DELLA PROFESSIONE,  regalare la prima ora del giorno a Cristo per consegnarli gli amici in difficoltà, per celebrare l&#8217;anniversario di un AMORE CHE STA NASCENDO, gli AIUTI CATECHISTI  O GLI EDUCATORI GIOVANI ACR O SCOUT   PER PREGARE PER I LORO RAGAZZI  e fissare prima nel cuore le cose che gli diremo negli incontri&#8230;o cosa bellissima  insieme a uno o due dei propri giovani per insegnargli a pregare&#8230;</p>
<p>6. per voi persone sole la messa quotidiana è ritrovare ogni mattina una FAMIGLIA SPIRITUALE e sentirsi dentro la grande famiglia ecclesiale e offrire la vita per le missioni per i giovani per le mete che la comunità di è data&#8230;.e magari prendere assieme un caffé&#8230;.</p>
<p>Questa è la Chiesa che mi piace&#8230;&#8230;.</p>
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		<title>Testimonianza di Anna</title>
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		<pubDate>Mon, 02 Apr 2012 12:57:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Tra le testimonianze durante il pellegrinaggio di ieri, pubblichiamo il testo scritto di Anna.]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>&nbsp;</p>
<p>Diciamo che, come sempre, quando mi si chiede una testimonianza, la mia prima risposta è no. La PAURA di mettersi a nudo, di parlare di cose che a volte fanno ancora male, prende il sopravvento.</p>
<p>Allora chiedo aiuto a Gesù, al suo SPIRITO che dolcemente, tante volte mi ha ispirato. Oggi apro il Messale, come al solito per leggere le letture:  1° lettura: Osea 6,1-6…..”Egli ci ha straziato, ed Egli ci guarirà, Egli ci ha percorso, ed Egli ci fascerà. Dopo due giorni ci ridarà la vita, e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza”</p>
<p>Era dalla scrittura che volevo farmi dare il consiglio per decidermi a scrivere……e da Maria, “Madre del buon consiglio” e comincio a pregare……Faccio sempre così quando devo prendere una decisione, o superare una paura  o cambiare uno stato d’animo che volge al brutto (proprio come il tempo quando minaccia pioggia). La risposta, leggendo Osea, è stata positiva e, senza volerlo, ho preso subito carta e penna. Ho cominciato a frugare nei miei pensieri, ma quello che trovavo più spesso nei ricordi, era la sensazione di PAURA, di quelle domande apparentemente senza risposta, che paralizzano corpo e mente: ADESSO COME FACCIO?. Si fa presto a dire……dai coraggio, ce la farai…ma quando non hai più risorse. Sei sola …….. la vita fuori continua: bollette da pagare, debiti non più onorati, affitto, nessuno ti vede: ci sei solo tu e la paura: il postino era diventato il mio nemico personale. Io cerco di sdrammatizzare, ma la paura di non farcela è stata molto forte e anche quando mi rivolgevo al Signore (perché per me comunque c’è sempre stato), pregavo ma la paura c’era ancora: il rischio di alienarsi dal mondo con la conseguenza di uno spred tra Spiritualità e quotidianità altissimo. Ecco, da qui si vede che il Signore ha “lucidato” i miei occhi per vedere meglio dentro la paura, perché oggi riesco ancora a fare delle battute su questo. Frugando dentro la paura, ad un certo punto ho visto la mia comunità, i miei fratelli. Era così evidente che fossero mano di Dio, che la nebbia fitta si è alzata e ho rivisto un raggio di sole. Vieni SANTO SPIRITO, manda a noi dal cielo un raggio della TUA LUCE, vieni Padre dei poveri……Senza di loro non ce l’avrei fatta. Ma non è tanto, o non è solo, l’aiuto concreto, materiale che mi ha ridato speranza, (perché le cose sono ancora tutte come prima), ma il fatto di aver trovato nella comunità, fratelli che “fanno quello che dicono”e non è proprio una cosa che si vede spesso di questi tempi.</p>
<p>L’Ho fatto notare anche a Filippo, mio figlio, che è sempre un po’ recalcitrante riguardo a queste cose: “dove trovi delle persone che ti aiutano così gratuitamente come i nostri amici fanno con noi? Neanche i fratelli di sangue e familiari hanno fatto tanto. Per una volta posso passargli un messaggio del Vangelo senza che mi zittisca: “Chi è mia madre, chi sono i miei fratelli? Chi fa la volontà del Padre mio, questi è per me mio fratello, sorella e madre ….” E ancora facendogli notare che, quando nel bisogno, aveva chiesto aiuto ai suoi amici, questi non avevano potuto, non per cattiveria, gli vogliono anche bene, sono tutti bravi ragazzi, ma non avevano, in tempo di Quaresima si può dire così: <span style="text-decoration: underline;">quel Gesù che voi avete crocifisso</span> …….Qui sta la differenza e…..altro miracolo……….mi ha dato ragione. Questa, in Gesù, è la SPERANZA CHE NON MUORE, come Lui, che a PASQUA risorge. E’ qui che si raggiunge uno stato di BEATITUDINE tale, che paradossalmente, il momento in cui ho capito che il Signore mi aveva soccorso nella mia povertà, in tutti i sensi, la PAURA era di perderla questa povertà, che in certi momenti ti fa sentire così unita a Lui, così libera, da temere di trovarmi in condizione di non avere più bisogno di Lui, e ho pensato: “questo è  amore”……… accorgendomi che aveva fasciato anche l’altra ferita, quella dell’abbandono ….Ma, come diceva sempre Don Giacomo, niente è a caso…. Sapendo che dovevo passare per questa via del calvario che anche Lui ha percorso, mi ha fatto trovare per strada tanti Cirenei, i miei fratelli della comunità, che si è rivelata una vera fraternità. Il Signore si è premurato di prepararmi tutto quello che serviva per il cammino, perché sapeva che nel momento in cui TUTTO fosse venuto meno, ne avrei avuto bisogno. Mi ha fatto fare scorte di felicità coniugale, esperienze spirituali condivise in famiglia, benessere economico e salute. Come Pietro nel monte della trasfigurazione, anch’io ho avuto il mio pezzetto di Paradiso, ma mentre lo vivi, pur nel gran senso di felicità, a volte come Pietro, non sai cosa dire, e balbetti la famosa frase: “facciamo tre tende” come a dire: rimaniamo qui per sempre…….Ma, come ho detto in un’altra occasione, la tenda è per un tempo finito e Gesù anche a Pietro a risposto No: “Portate questa bella notizia a tutti”</p>
<p>Così anch’io sono scesa dal monte e, oggi, cerco di portare questa bella notizia a Voi: sono stata testimone oculare della grandezza del Signore e ora scopro davvero il suo amore: nella gioia e nel dolore, in ricchezza e in povertà, in salute e malattia. Ho dovuto fare a meno di tante cose, ma non posso più fare a meno di Lui. Certo, avrei potuto scegliere diversamente per rimpiazzare quello che avevo perso, ma Gesù come lo rimpiazzavo? Mi s’imponeva una scelta………..ho scelto Lui.</p>
<p>Il ricordo di quel Paradiso non mi ha più lasciato, anzi ce l’ho sempre accanto a me. E’ Gesù con nome, cognome, indirizzo e codice fiscale, perché è nei volti, nelle mani e nell’aiuto concreto dei miei fratelli con cui condivido un cammino di fede e che amano così tanto il Signore da vedere in me il “prossimo” di cui parla il Signore nei Vangeli e non mi fanno mancare il loro aiuto concreto, affettivo e anche nella salute, perché è stato un fratello medico della comunità che mi ha curato. Grazie Gesù dei tanti volti!</p>
<p>La PAURA non passa mai, ma è giusto così, perché il Signore rinnova ogni giorno il suo amore, come diceva Don Mimmo al ritiro, ogni arrivo è sempre un punto di partenza come nel matrimonio, ogni giorno la paura viene sconfitta dall’Amore. Alla fine diventa una paura disarmata, che ha più effetto dentro di me, perché so che il Signore non mi lascia mai sola.</p>
<p>Tutto questo mi dà una grande gioia, anche quando sono triste… E’ successo di nuovo……io prego………e Lui mi risponde!</p>
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		<title>Contributo ai Referendum.</title>
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		<pubDate>Thu, 09 Jun 2011 09:11:30 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[<p>Sul sito della Diocesi di Fano la “Lettera dalla montagna” di don Milani, l’acqua è di tutti. E rimanda alla Rerum Novarum</p>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sul sito della Diocesi di Fano la “Lettera dalla montagna” di don Milani, l’acqua è di tutti. E rimanda alla Rerum Novarum</p>
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		<title>Testimonianza</title>
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		<pubDate>Sun, 28 Mar 2010 20:27:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[News]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Pellegrinaggio domenica delle palme Prima tappa &#8211; Mirella Tabarretti Da un po’ di tempo si parla di sfida educativa, in parrocchia abbiamo avuto ospiti autorevoli che ci hanno parlato della crisi educativa dei giovani dei nostri tempi, bombardati da strumenti virtuali che li fanno vivere in mondi non reali. L’emergenza educativa ci sta interpellando a [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Pellegrinaggio domenica delle palme</strong></p>
<p><strong>Prima tappa</strong> &#8211; Mirella Tabarretti</p>
<p>Da un po’ di tempo si parla di sfida educativa, in parrocchia abbiamo avuto ospiti autorevoli che ci hanno parlato della crisi educativa dei giovani dei nostri tempi, bombardati da strumenti virtuali che li fanno vivere in mondi non reali. L’emergenza educativa ci sta interpellando a livello sociale, scolastico e famigliare. Lo possiamo verificare tutti i giorni, le cronache ci informano con tanti particolari, sembra che l’insensatezza domini l’esistenza.</p>
<p>Per quanto riguarda l’iniziazione cristiana dei nostri bambini e ragazzi la situazione non è molto diversa: pochi sono quelli che frequentano dopo aver ricevuta l’eucarestia o il sacramento della Cresima: come fosse una faccenda da fare a una certa età della loro vita . Tutto ciò non ha senso! Sono alcuni mesi che in parrocchia si sta cercando di  studiare e programmare  una proposta  secondo un’ispirazione catecumenale.. Cosa vuol dire?</p>
<p>Ritornare alle origini ….</p>
<p>I primi catecumeni erano coloro che cercavano di conoscere Gesù leggendo il Vangelo e la Bibbia; conoscendolo, imparavano ad amarlo e quando conosci e ami qualcuno lo segui e accogli i suoi doni: i Sacramenti dell’iniziazione Cristiana: il Battesimo, la Cresima e l’Eucarestia.  Tutto questo avveniva nel tempo in cui ognuno sentiva di aver maturato una certa consapevolezza .</p>
<p>Ma come i nostri bambini e ragazzi, oggi, potrebbero arrivare a ciò, chi può raggiungere il loro mondo, cosa dovrebbero fare? Chi può star loro vicino perché il messaggio arrivi?Come  fare un percorso, un esercizio completo di vita cristiana, abituandoli ad agire secondo l’insegnamento di Gesù maestro? Chi gli può dare una abitudine, uno stile di vita del genere? La risposta è una sola: “Può essere dato solo dalla famiglia e la famiglia non può rinunciare al suo ruolo di educare alla fede.”</p>
<p>I genitori  devono essere accanto al bambino e al ragazzo, accompagnandolo e sostenendolo fin dai primi passi. Ecco allora che accanto ai catechisti devono operare  soprattutto i genitori, i primi catechisti! Bisogna programmare con loro un cammino e a loro volta possono avere l’opportunità di riscoprire Gesù, fare esperienza del suo insegnamento, non rinunciando ad educare il proprio figlio nella fede in Lui.</p>
<p>E’ urgente parlare di Dio, farlo entrare nelle nostre case, offrirlo ai nostri ragazzi. Dio sviluppa l’uomo, lo costruisce, lo impianta. E’ indispensabile per la nostra opera educativa.</p>
<p>“Impiantare”un uomo è un’impresa così alta che c’è bisogno di Dio!</p>
<p>(Chi lavora con le mani è un manovale, chi lavora con le mani e il cervello è un artigiano; chi lavora con le mani, il cervello e la fantasia è un artista; chi lavora con le mani, il cervello, la fantasia e con Dio è un ….genitore)</p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;"> </span></strong></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;">Perché introdurre Dio in casa, perché offrirlo ai nostri figli?</span></strong></p>
<p><strong><span style="text-decoration: underline;"> </span></strong></p>
<p>Dio fa all’uomo alcuni doni che lo arricchiscono e gli insegnano a vivere da Uomo.</p>
<p>Eccoli:</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>1°- Dio dà senso alla nostra vita. </strong>Arriva un giorno, arriva un’ora, magari in un momento di sconforto, in cui sentiamo premere nella testa le grandi domande:”Ma chi sono? Merita essere nati? Perché sono qui?Io che adesso voglio non mi sono mica voluto! Nessuno mi ha interpellato! E neppure posso dire: Fermati mondo, voglio scendere! Ebbene quale risposta dare?  Sono uscito come un numero della roulette e allora il mio destino non è scritto da nessuna parte <strong>o</strong> sono uno che è stato pensato, voluto, amato da Dio.</p>
<p><span style="text-decoration: underline;">L’uomo può accettare ogni cosa meno il non senso.</span></p>
<p><span style="text-decoration: underline;"> </span></p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>2°- Il secondo dono che Dio ci offre è quello  di essere un forte stimolo, un forte invito a crescere, a</strong> diventare grandi e non solo grossi. Dio è una sfida alle estreme possibilità umane “Siate perfetti come è perfetto il Padre Vostro celeste” (Mt.5,48). “Fatevi imitatori di Dio!(Ef4,32). Gli psicologi dicono:”Dimmi con chi ti identifichi (cioè dimmi chi prendi come modello di comportamento), e ti dirò dove andrai a finire! Ora chi incontra una persona giusta, sincera, serena, una persona che sa fare pace, che sa amare.., trova un Uomo riuscito: ‘un grande’.</p>
<p>DIO E’ RISVEGLIO!. Dio sprona, dilata l’uomo, lo fa crescere. Se muore Dio, muore anche l’utopia: muore il sogno che ti stimola, che ti spinge a continui sorpassi. Diceva Primo Mazzolari “Credere in Dio significa: essere inquieti: insoddisfatti di quello che già siamo, di quello che già facciamo”</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>3°- Dio fonda la sacralità dell’uomo. Siamo della sua stirpe(at 17,28). </strong>Dunque, siamo permeati<strong> </strong>di Dio, Dio in miniatura. Anche la persona più slabbrata ha qualcosa di buono e di grande. Dio non crea scarti. La fede in Dio porta all’autostima.</p>
<p>Dunque ogni uomo <strong><span style="text-decoration: underline;">è sacro</span></strong>. Ogni uomo è intoccabile. Anche Caino sul quale Dio ha posto “un segno”così che chiunque lo incontrasse, non lo uccidesse (Gen4,15). Ecco un’altra limpida prova della rilevanza della fede in Dio che è in grado di cambiare, radicalmente, i rapporto sociali.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>4°-Parlare di Dio ai figli significa introdurli in un mondo di fratelli. </strong>In particolare nell’ottica<strong> </strong>della religione cristiana, gli uomini non sono solo “cittadini”, come voleva la rivoluzione francese; non sono solo compagni, come voleva il Comunismo, ma sono Fratelli: “Voi siete tutti fratelli”(Mt.23,8)</p>
<p>E così la fede in Dio ci invita ad uscire da noi stessi.</p>
<p><strong> </strong></p>
<p><strong>5°- Altro dono che ci regala la fede in Dio è quello di insegnarci ad assumere il giusto atteggiamento nei confronti della natura.</strong></p>
<p><strong> </strong></p>
<p>In realtà non si deve più parlare di natura, ma di “creato”. Il creato non appartiene a noi, ma al Creatore. “il creato “ è un regalo emozionante come Colui che lo ha fatto emergere dal nulla.</p>
<p>Non possiamo ferirlo, non possiamo rubargli il suo incanto. “Quanto sono grandi le tue opere! Tutto hai fatto con saggezza” (Sal104,24). “Hai fatto buona ogni cosa” (Gen. 1,10).Se Dio ne è l’autore, a noi spetta il compito di amministrare e salvaguardare la creazione.</p>
<p>Ecco i doni che ci vengono da Dio. Sono semplici accenni che andrebbero ampliati, ma sufficienti per concludere che Dio è una verità che va protetta, va custodita, va trasmessa. Dobbiamo portarlo dentro le nostre case e va donato ai nostri figli</p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>“Nascondere la conoscenza di Dio ad un ragazzo, privarlo di questa verità, è il più grave reato </em></strong>c<strong><em>he un educatore possa commettere” (Antonio Riboldi). </em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
<p><strong><em>Ed è quindi il dono più carico di valore, di significato,  che ogni genitore, in quanto educatore, possa realizzare concretamente con ciascuno dei propri figli: e donare continuamente la Vita.</em></strong></p>
<p><strong><em> </em></strong></p>
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		<title>Con la crisi 100 milioni di nuovi poveri</title>
		<link>https://www.santafamiglia.info/2009/06/con-la-crisi-100-milioni-di-nuovi-poveri/</link>
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		<pubDate>Tue, 30 Jun 2009 19:29:03 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Ho letto in questi giorni questa intevista al cardinale responsabile della caritas internazionale. Mi è sembrata una bella lettura della situazione attuale alla luce del vangelo. Ve la mando perchè quando la Chiesa ufficiale parla (questo è un cardinale quello con la papalina rossa, come si dice, non un prete o un missionario dalla testa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><em>Ho letto in questi giorni questa intevista al cardinale responsabile della caritas internazionale. Mi è sembrata una bella lettura della situazione attuale alla luce del vangelo. Ve la mando perchè quando la Chiesa ufficiale parla (questo è un cardinale  quello con la papalina rossa, come si dice, non un prete o un missionario dalla testa calda) siamo invitati sempre ad ascoltarla. Far girare belle nostizie di chiesa ci fa recuperare tanta serenità e ci aiuta a credere che la tato criticata chiesa ha ancora lo Spirito Santo che la guida. Speriamo che i cardinali, i vescovi,  i preti, i diaconi, i battezzati tutti aprano il loro cuore alla luce e alla voce dello Spirito Santo per portare in questo tempo speranza e una lettura evangelica della storia. Solo la lettura continuata della Parola ci farà  entrare nella luce dello Spirito Santo, solo la lettura continuata e comunitaria della Parola ci aiuterà a leggere la storia con i criteri del vangelo, solo una lettura continuata, comunitaria e celebrata della Parola ci farà essere la Chiesa di Gesù Cristo, la sua comunità guidata dallo Spirito Santo. Ritroviamoci attorno alla Parola per essere la sua Comunità. Un abbraccio a tutti.</em></p>
<p>Don Mauro</p>
<p>&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;&#8212;-</p>
<h1><strong>«Con la crisi 100 milioni di nuovi poveri»</strong></h1>
<p>Il cardinale Rodriguez Maradiaga: il G8 non difenda solo i ricchi<br />
DAL NOSTRO INVIATO A TORINO<br />
PAOLO LAMBRUSCHI</p>
<p>Prima che sia troppo tardi all’Aquila i paesi del G8 aumentino gli aiuti allo sviluppo e non usino la scusa della crisi per tagliarli ulteriormente, perché vorrebbe  dire sacrificare altre vite umane. Non ama le mezze misure il presidente di Caritas Internazionalis, il cardinale di Tegucicalpa Oscar Andres Rodriguez Maradiaga, 67 anni, che ieri al Lingotto ha chiuso il 33° convegno nazionale delle Caritas diocesane.  Sotto scorta per le sue denunce contro i narcos e lo sfruttamento dei contadini in Honduras, da anni critica paesi ricchi e istituzioni finanziarie internazionali che avrebbero dovuto vigilare sull’economia.</p>
<p><strong>Eminenza, a causa della crisi di quanto è cresciuta la povertà mondiale?</strong><br />
Di oltre cento milioni di persone in un anno. Secondo la Banca Mondiale, solo nel 2009 per i bassi indici di crescita 46 milioni di persone in più vivranno con 1,25 dollari al giorno. Altri 53 milioni a fine anno ridurranno i loro guadagni a meno di 2 dollari al giorno. Entro il 2015 potrebbero morire da 1,4 a 2,8 milioni di bambini in più se non arriva la ripresa. Un sesto dell’umanità oggi è in  miseria. E il 60% della popolazione mondiale vive sempre con il 6%  del reddito del pianeta, intere comunità sono dimenticate e sfruttate.</p>
<p><strong>La crisi ha diminuito gli aiuti allo sviluppo?</strong><br />
Si. I ricchi non hanno mantenuto le promesse e non dovrebbero usare la crisi come scusa per questi tagli. Perché significa  sacrificare vite umane. Perché quando scoppiano le crisi i primi fondi che si perdono sono quelli per i poveri? Dovrebbe essere l’opposto. Nel 2007 i flussi di aiuto globale furono di 103,9 miliardi di dollari, appena lo 0,28% del reddito lordo delle nazioni sviluppate. Per anni abbiamo sostenuto la campagna per far mantenere ai paesi sviluppati la promessa di versare lo 0,7 del reddito nazionale allo sviluppo dei paesi poveri. Solo 5 nazioni hanno raggiunto l’obiettivo. Gli Usa sono allo 0,2%, l’Italia ha addirittura diminuito del 56% il suo aiuto estero per il 2009 e non arriva allo 0,1. Non è un buon auspicio<br />
per il prossimo G8 che si terrà all’Aquila.</p>
<p><strong>Cosa chiede all’incontro tra i grandi?</strong><br />
Temo che queste riunioni cerchino anzitutto di salvare gli interessi dei partecipanti. Questo deve aprire gli occhi della gente, senza giustizia sociale non c’è pace. Si pensa solo alla tutela degli interessi economici delle grandi aziende e la gente povera non ha nessuno che parli in suo nome. Sorprendono gli stanziamenti di somme immense in un barile senza fondo per salvare  le banche. Solo le misure approvate dal presidente Obama, 800 miliardi di dollari, equivalgono alla quantità di aiuti allo sviluppo dato negli ultimi 10 anni dai 23 paesi più ricchi. Eppure abbiamo vissuto la nostra Gerico economica, ce ne ricorderemo per generazioni. E ora le mura del libero mercato senza regole giacciono tra le macerie.</p>
<p><strong>Allora la crisi originata dalla speculazione finanziaria non ci ha insegnato nulla?</strong><br />
No, finché non capiamo che l’economia deve reggersi sulla giustizia e non sull’egoismo. Che il valore dell’uomo è superiore al denaro. L’eco-nomia non è ego-nomia, deve diventare cura della casa e non degli interessi individuali. Aspettiamo con grande speranza l’imminente enciclica sociale di Papa Benedetto, lì troveremo più  forza per promuovere solidarietà tra le nazioni.</p>
<p><strong>In occidente, anche in Italia, tiene banco la questione migratoria. Come valuta i respingimenti?</strong><br />
Dal punto di vista della solidarietà negano un diritto umano. Certo, ogni nazione ha diritto di fare leggi, ma non è  chiudendosi che si risolvono i problemi. L’unico modo di fermare la migrazione illegale è lo sviluppo. Invece si alzano muri. Il muro contiene per un po’ di tempo, ma se l’acqua continua a salire non basta più. Dobbiamo indignarci per i muri concreti e virtuali  che separano ancora i popoli, come ci siamo indignati per il Muro di Berlino. Quando uno fugge dalla propria terra per disperazione non va considerato un criminale.<strong></strong></p>
<p><strong>Perché solo il Papa continua a denunciare la spesa crescente per gli armamenti?</strong><br />
Perché per avere prosperità le grandi nazioni devono vendere armi. È uno scandalo, con quei soldi si potrebbero debellare fame e malattie. Ma  nessuno ascolta perché l’industria bellica è molto redditizia soprattutto in tempi di difficoltà. Si riesce a fare commercio anche sull’acqua, considerata un bisogno e non un diritto. Eppure senza l’accesso di tutti non raggiungeremo la sicurezza alimentare per il pianeta, con il raddoppio della produzione di cibo in 40 anni.<strong></strong></p>
<p><strong>Quanto pesa la questione ambientale?</strong><br />
È una delle priorità della Chiesa. Non è una moda ecologica o politica, ma questione di sopravivenza per l’umanità. In Caritas  diciamo di giustizia ambientale. Dobbiamo essere amministratori fedeli del Creato. Questa coscienza ancora non c’è. Speriamo che il prossimo vertice sul clima a Copenaghen faccia chiarezza.<strong></strong></p>
<p><strong>Ma la Chiesa cattolica inciderà sui cambiamenti?</strong><br />
Come il Battista siamo voce che grida nel deserto, per fortuna parecchi ci ascoltano. Noi proponiamo il concetto di bene  comune, principio dimenticato della dottrina sociale della Chiesa. Perciò prima ci chiamavano comunisti e oggi siamo considerati sovversivi. Ma non dobbiamo tacere, è in gioco il futuro dell’umanità e la parola di Dio è la nostra spada per<br />
cambiare le coscienze.</p>
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		<title>L&#8217;estate sta finendo&#8230; e la parrocchia è sempre là&#8230;</title>
		<link>https://www.santafamiglia.info/2008/09/lestate-sta-finendo-e-la-parrocchia-e-sempre-la/</link>
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		<pubDate>Mon, 08 Sep 2008 12:10:52 +0000</pubDate>
		<dc:creator>admin</dc:creator>
				<category><![CDATA[In evidenza]]></category>
		<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[Carissimi Oggi non vi scrivo dal treno, ma rubo un po&#8217; di tempo alla pausa pranzo perché, oggi è una giornata molto calda e il calendario inesorabilmente ci segnala che anche quest&#8217;anno l&#8217;estate sta finendo&#8230; (citazione colta dei Righeira) Ma altrettanto inesorabilmente si avvicina il tempo delle programmazioni. Siamo infatti già stati invitati domani sera [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Carissimi</p>
<p>Oggi non vi scrivo dal treno, ma rubo un po&#8217; di tempo alla pausa pranzo perché, oggi è una giornata molto calda e il calendario inesorabilmente ci segnala che anche quest&#8217;anno l&#8217;estate sta finendo&#8230; (citazione colta dei Righeira)<br />
Ma altrettanto inesorabilmente si avvicina il tempo delle programmazioni. Siamo infatti già stati invitati domani sera a parlare del futuro della catechesi, e sicuramente in quell&#8217;occasione non ci risparmieremo le lamentele per come stanno andando le cose, e ci accorgeremo che tutto ciò che un tempo veniva chiamato problema oggi lo si definisce addirittura &#8220;emergenza&#8221;.<br />
Ci racconteremo la mancanza di giovani fortemente motivati e di coppie fresche di matrimonio che diano speranza al futuro delle giovani famiglie, di bambini che pensano alla domenica come &#8220;giorno della gara sportiva&#8221;&#8230; e per dirla in termini &#8220;marketing&#8221; constateremo che la parrocchia non è più competitiva, che oramai nei migliori dei casi Cristo sembra privilegiare la strada delle Associazione, delle Comunità, dello scoutismo, dove il senso di <strong>appartenenza</strong>, il senso di <strong>responsabilità</strong>, aiuta a &#8220;resistere&#8221; e, nei migliori dei casi, forse anche a volersi bene.</p>
<p>Ma la parrocchia è altro, è una piramide che ha una base molto più ampia e perciò meno appuntita e incisiva delle associazioni.</p>
<p>Tuttavia penso che intorno a queste due paroline che ho evidenziato in grassetto (appartenenza e responsabilità) si possa lavorare e farle diventare un filo conduttore attorno al quale costruire meglio un progetto di formazione cristiana. Non appartenenza e responsabilità fine a se stesse, ma come collante, catalizzatore indurente di una sostanza buona &#8220;Parola di Dio e Cristo&#8221; che altrimenti rischiano di volare via e rimanere solo il tema delle nostre buone intenzioni.<br />
Non sono certo io la persona adatta a parlare di problemi e virtù di una parrocchia, ma mi permetto di evidenziare questo aspetto con molta umiltà, perché si tratta di un questione che non riguarda soltanto la Chiesa. Molti pensano che il mio lavoro sia far disegni o siti, rendere belle le cose, o nei migliori casi organizzarle in maniera chiara. Magari! Questi son solo aspetti marginali, la punta di un iceberg che alla fine è ciò che appare, ma che in realtà son sempre la risposta ad una richiesta di riscoperta di una &#8220;identità&#8221;, di ricompattamento di un gruppo di persone, o di società che non si sentono più legate e perciò hanno perso le ragioni del lavorare bene e insieme. (responsabilità e appartenenza).<br />
Si tratta quindi di un lavoro faticoso di ricerca e recupero dei valori fondanti e che quando va bene, se siamo stati bravi, si manifesta alla fine in una buona organizzazione di ciò che si vuole esprimere attraverso soluzioni grafiche.</p>
<p>Ho fatto una premessa, forse un po&#8217; complessa nella sua sintesi per dire che, anche una parrocchia come la nostra, o qualsiasi altra parrocchia, ha bisogno all&#8217;inizio del nuovo anno di un momento importante per ripensare a se stessa, esprimersi, ricompattarsi nell&#8217;appartenenza e nelle responsabilità.</p>
<ul>
<li>Un momento necessario dove farsi domande semplici, apparentemente stupide, del tipo: &#8220;perché continuo a venire in parrocchia?&#8221; a cui sarebbe bello che ognuno rispondesse anche in maniera scritta in un quaderno tutto per sé&#8230;</li>
<li>Un momento in cui recuperare tutti gli spunti emersi durante gli esercizi spirituali di luglio, perché altrimenti qualcuno potrebbe pensare che son bastati pochi bagni al mare per cancellare tutto.</li>
<li>Un momento in cui contarsi, dare un volto a nomi di cui si è solo sentito parlare, o si è letto qualcosa tramite una email.</li>
<li>Un momento per ringraziare Dio di tutte le diversità che compongono la nostra parrocchia, e che se messe nelle Sue mani diventano carismi, non per essere facchini, ma amanti di Cristo.</li>
<li>Un momento in cui alla fine può darsi che ci troveremo a lodare il Signore per tutte le cose belle fatte lo scorso anno e per quelle che ognuno di noi ha nel cuore per il futuro</li>
<li>Un momento per scoprire che un momento non basta&#8230;</li>
</ul>
<p>Solo dopo uno o più momenti come questo potrebbero nascere anche &#8220;segni&#8221; che testimoniano (anche graficamente per quanto mi riguarda) la nostra appartenenza e la nostra responsabilità.<br />
(a tal proposito ripensavo a quel bel libretto organizzato anni fa da Luciano e che potrebbe essere integrato anche da qualche bella foto – questo mi è venuto in mente perché ieri mi è capitato tra le mani quello che feci per i 70 anni di San Cristoforo). Ma si possono fare anche tante altre cose più semplici: pensate che gli anglicani di San Michael in fondo alla chiesa mettono le foto dei parrocchiani organizzate in un cartellone. Forse eccessivo, quasi infantile o forse no, ma è comunque una espressione del desiderio di vedersi parte di un gruppo&#8230;<br />
Perché Cristo sicuramente non ci vuole soli, e quando lo siamo, o crediamo di esserlo, e vediamo intorno noi solo Don Chisciotte, la trascuratezza e l&#8217;indifferenza diventano un male&#8230;</p>
<p>Per il momento abbiamo un appuntamento domani&#8230; ma mi sembrerebbe una buona idea preparare qualcosa di più coinvolgente per il prossimo mese, prima che l&#8217;ora legale e il freddo congeli i nostri pensieri.</p>
<p>Con tanta voglia di bene ho scritto e inserito nel blog.</p>
<p>Walter</p>
<p>P.S. Non c&#8217;entra niente, ma mi piace concludere una vecchia citazione tratta da una omelia di Mons. Michetti che sabato sera mi è stata riportata da Peppe, babbo di Davide:<br />
viviamo un periodo in cui per fortuna ci sono ancora persone che ci danno il <strong>CON-senso</strong>,<br />
purtroppo si sono quelli del <strong>DIS-senso</strong> come le brigate rosse che lo manifestano in maniera violenta,<br />
ma ciò che temo di più è il fatto che ci sono molti che vivono il <strong>NON-senso</strong>&#8230;</p>
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		<title>Il cristiano e la laicità</title>
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		<pubDate>Sat, 16 Aug 2008 19:18:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Luciano Benini</dc:creator>
				<category><![CDATA[Opinioni]]></category>

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		<description><![CDATA[IL CRISTIANO E LA LAICITÀ Introduzione Il tema che mi avete chiesto di svolgere tocca una questione essenziale della vita del cristiano, questione che oggi a me sembra affrontata, dentro e fuori la chiesa, in maniera inadeguata, col rischio dell’integralismo da una parte e del laicismo dall’altra. Nell’introduzione ai testi che vi sono serviti da [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>IL CRISTIANO E LA LAICITÀ<br />
Introduzione<br />
Il tema che mi avete chiesto di svolgere tocca una questione essenziale della vita del cristiano, questione che oggi a me sembra affrontata, dentro e fuori la chiesa, in maniera inadeguata, col rischio dell’integralismo da una parte e del laicismo dall’altra.<br />
Nell’introduzione ai testi che vi sono serviti da preparazione a questo incontro, Margherita Di Giorgio ha scritto una frase molto bella e importante che qui voglio riprendere: “Anche questa potrebbe essere un’occasione per compiere quel “discernimento comunitario” alla luce dei segni dei tempi, che è una caratteristica fondamentale del carisma degli Istituti Secolari”.<br />
Già la costituzione conciliare Gaudium et Spes al punto 4 così si era espressa:</p>
<p>“… è dovere permanente della Chiesa di scrutare i segni dei tempi e di interpretarli alla luce del Vangelo, così che, in modo adatto a ciascuna generazione, possa rispondere ai perenni interrogativi degli uomini sul senso della vita presente e futura e sulle loro relazioni reciproche. Bisogna infatti conoscere e comprendere il mondo in cui viviamo, le sue attese, le sue aspirazioni e il suo carattere spesso drammatico”.</p>
<p>Credo proprio che alla chiesa di oggi manchi soprattutto questo “discernimento comunitario alla luce dei segni dei tempi” che, a mio avviso, è possibile solo ad una chiesa che si metta sotto la parola di Dio, come la Dei Verbum aveva esemplarmente detto ma come poi non abbiamo saputo mettere in pratica in questi ormai quasi 50 anni da quella “primavera della chiesa” che è stato il Concilio. È dunque in questa prospettiva, quella del “discernimento comunitario alla luce dei segni dei tempi”, che pongo queste mie riflessioni alle quali, proprio perché sia comunitario, aggiungerete le vostre.</p>
<p>Poiché la questione della laicità è strettamente legata alla questione del rapporto fra chiesa e mondo, e quindi della questione della gestione del potere da parte dei cristiani, parto da un ricordo. Quasi 30 anni fa Enzo Bianchi, priore della Comunità monastica di Bose, in Piemonte, stava commentando il brano delle tentazioni di Gesù nel deserto nel Vangelo di Luca, laddove emerge con chiarezza che il potere, ogni potere, economico, politico, militare, religioso, è in mano al maligno. Dunque il cristiano che gestisce un qualche potere deve sapere di avere in mano un tizzone ardente: solamente se munito di “abiti virtuosi”, come diceva don Giuseppe Dossetti, è possibile per il cristiano gestire il potere come servizio, che è poi l’unico modo che è dato al cristiano di stare in mezzo agli uomini. Alla domanda “ma allora la Chiesa nel corso dei secoli non è stata fedele al Vangelo perché ha gestito poteri di ogni tipo”, Enzo Bianchi rispose che in fondo l’unico compito della Chiesa è quello di tenere alta la croce di Cristo annunciando che solamente in essa vi è salvezza, e a questo dovere la Chiesa non è mai venuta meno.</p>
<p>In premessa mi sembra utile chiarire alcuni termini della discussione: per laico qui intendiamo non già il non credente, come spesso oggi con una cattiva accezione si indica, ma in generale tutti coloro che non appartengono alla gerarchia ecclesiastica, non sono cioè né vescovi, né preti, né diaconi né religiosi. I laici cristiani sono dunque laici al pari dei credenti in altre fedi o dei non credenti. Semmai la questione vera è come essere “nel” mondo ma non “del” mondo, come direbbe Giovanni. Proprio fra queste due preposizioni si gioca tutta la questione della laicità cristiana.<br />
Come ulteriore precisazione, riporto la definizione di laicità che Claudio Magris fa in un articolo che avete utilizzato in preparazione a questo incontro: “Laicità non è un contenuto filosofico, bensì una forma mentis; è essenzialmente la capacità di distinguere ciò che è dimostrabile razionalmente da ciò che è invece oggetto di fede, a prescindere dall&#8217;adesione o meno a tale fede; di distinguere le sfere e gli ambiti delle diverse competenze, in primo luogo quelle della Chiesa e quelle dello Stato.<br />
La laicità non si identifica con alcun credo, con alcuna filosofia o ideologia, ma è l&#8217;attitudine ad articolare il proprio pensiero (ateo, religioso, idealista, marxista) secondo principi logici che non possono essere condizionati, nella coerenza del loro procedere, da nessuna fede, da nessun pathos del cuore, perché in tal caso si cade in un pasticcio, sempre oscurantista. La cultura — anche cattolica — se è tale è sempre laica, così come la logica — di San Tommaso o di un pensatore ateo — non può non affidarsi a criteri di razionalità e la dimostrazione di un teorema, anche se fatta da un Santo della Chiesa, deve obbedire alle leggi della matematica e non al catechismo”.</p>
<p>Chiariti dunque alcuni termini vi propongo, come ogni seria riflessioni sui grandi temi cristiani dovrebbe fare, un percorso in 2 fasi:</p>
<p>?    anzitutto, ciò che la Sacra Scrittura dice a noi su questo tema;<br />
?    poi, quella che è stata la prassi dei cristiani nel corso dei secoli e ciò che a me pare sia necessario che i cristiani facciano oggi in ordine a questo tema.</p>
<p>Ciò che la Sacra Scrittura dice a noi sul tema del cristiano e della laicità<br />
Partiamo dunque dalla Scrittura. E partiamo dal famoso testo su Dio e Cesare. Leggiamolo.<br />
Il tributo a Cesare (Lc 20)<br />
[20]Postisi in osservazione, mandarono informatori, che si fingessero persone oneste, per coglierlo in fallo nelle sue parole e poi consegnarlo all&#8217;autorità e al potere del governatore. [21]Costoro lo interrogarono:<br />
«Maestro, sappiamo che parli e insegni con rettitudine e non guardi in faccia a nessuno, ma insegni secondo verità la via di Dio. [22]E&#8217; lecito che noi paghiamo il tributo a Cesare?». [23]Conoscendo la loro malizia, disse: [24]«Mostratemi un denaro: di chi è l&#8217;immagine e l&#8217;iscrizione?». Risposero: «Di Cesare». [25]Ed egli disse: «Rendete dunque a Cesare ciò che è di Cesare e a Dio ciò che è di Dio». [26]Così non poterono coglierlo in fallo davanti al popolo e, meravigliati della sua risposta, tacquero.</p>
<p>Questo testo è abitualmente utilizzato dai laicisti (e quando uso questo termine intendo dargli una accezione negativa, nel senso di un uso strumentale e distorto della laicità) per mettere da parte e rendere innocui i credenti e dir loro che persino il Vangelo li ricaccia nelle sagrestie mandandoli ad occuparsi delle cose di Dio e lasciando che siano gli altri ad occuparsi delle cose degli uomini. Ricordo una durissima polemica, a tal proposito, accesa da Indro Montanelli e Giovanni Spadolini contro Vescovi, preti e migliaia di cristiani che negli anni ’80 promossero la campagna di obiezione di coscienza alle spese militari. I due insigni laicisti sostenevano che i cattolici non potevano intervenire nelle questioni riguardanti lo Stato e dovevano limitarsi a curare le anime dei loro fedeli, lasciando ai politici il compito di decidere se fosse utile o meno installare gli euromissili ed aumentare le spese militari. E in questa durissima polemica citarono proprio, a sostegno delle loro tesi, il branco evangelico su Dio e Cesare. Benissimo intervennero, allora, il Vescovo Luigi Bettazzi, padre Alex Zanotelli e tantissimi cristiani a dire che quella lettura del brano evangelico era deformata e persino opposta al suo vero significato. Sulla moneta romana vi era l’effige di Cesare e un iscrizione che lo descriveva come un dio. Nella sua risposta (che ben traducendo dovrebbe suonare “restituite a Cesare quel che è di Cesare purchè a Dio quel che è di Dio”) Gesù esprime l’assoluta necessità di dare anzitutto a Dio ciò che è di Dio. E che cos’è di Dio? Tutto è di Dio, perché l’essere umano stesso è a immagine di Dio, ed è dunque l’intero essere umano che va dato a Dio, la sua dignità, il suo diritto alla giustizia e alla pace, il suo intero essere. Se dunque l’essere umano è dato completamente a Dio perché di Dio ne è immagine, si può poi restituire a Cesare quel che è di Cesare, cioè le leggi e le norme che regolamentano la vita fra gli uomini, ma mai affibbiando al Cesare di turno qualità assolute o addirittura divine. Dunque poiché nelle spese militari e negli euromissili c’era in gioco la dignità e la vita di milioni di esseri umani, non solo era legittimo ma doveroso che i cattolici fossero impegnati in prima linea a difendere la pace e ad opporsi alla guerra e alla sua preparazione.<br />
Sulla stessa linea qualche anno prima, il 18 ottobre 1965, don Lorenzo Milani aveva scritto la famosa “Lettera ai giudici” per difendersi dall’accusa di aver vilipeso le forze armate difendendo l’obiezione di coscienza al servizio militare. Così scrisse don Lorenzo:</p>
<p>Tutti sanno che la Chiesa onora i suoi martiri. Poco lontano dal vostro Tribunale essa ha eretto una basilica per onorare l&#8217;umile pescatore che ha pagato con la vita il contrasto fra la sua coscienza e l&#8217;ordinamento vigente. S. Pietro era un «cattivo cittadino». I vostri predecessori del Tribunale di Roma non ebbero tutti i torti a condannarlo.<br />
Eppure essi non erano intolleranti verso le religioni. Avevano costruito a Roma i templi di tutti gli dei e avevano cura di offrir sacrifici ad ogni altare.<br />
In una sola religione il loro profondo senso del diritto ravvisò un pericolo mortale per le loro istituzioni. Quella il cui primo comandamento dice: «Io sono un Dio geloso. Non avere altro Dio fuori che me».<br />
A quei tempi pareva dunque inevitabile che i buoni ebrei e i buoni cristiani paressero cattivi cittadini.<br />
Poi le leggi dello Stato progredirono. Lasciatemi dire, con buona pace dei laicisti, che esse vennero man mano avvicinandosi alla legge di Dio. Così va diventando ogni giorno più facile per noi esser riconosciuti buoni cittadini. Ma è per coincidenza e non per sua natura che questo avviene. Non meravigliatevi dunque se ancora non possiamo obbedire tutte le leggi degli uomini. Miglioriamole ancora e un giorno le obbediremo tutte. Vi ho detto che come maestro civile sto dando una mano anch&#8217;io a migliorarle.<br />
Perché io ho fiducia nelle leggi degli uomini. Nel breve corso della mia vita mi pare che abbiano progredito a vista d&#8217;occhio.<br />
Condannano oggi tante cose cattive che ieri sancivano. Oggi condannano la pena di morte, l&#8217;assolutismo, la monarchia, la censura, le colonie, il razzismo, l&#8217;inferiorità della donna, la prostituzione, il lavoro dei ragazzi. Onorano lo sciopero, i sindacati, i partiti.<br />
Tutto questo è un irreversibile avvicinarsi alla legge di Dio. Già oggi la coincidenza è così grande che normalmente un buon cristiano può passare anche l&#8217;intera vita senza mai essere costretto dalla coscienza a violare una legge dello Stato.</p>
<p>Una prima conclusione allora che potremmo trarre è che il cristiano pone l’obbedienza alla propria coscienza, illuminata dalla parola di Dio letta e vissuta nella Chiesa, come il supremo dovere, fino alla necessità dell’obiezione di coscienza quando sorgesse un contrasto fra l’obbedienza a Dio e quella agli uomini: su questo punto basterebbe ricordare le parole di Pietro in At 5,29: “Bisogna obbedire a Dio piuttosto che agli uomini”.</p>
<p>Un secondo testo che vi propongo è quello di Giovanni al capitolo 17.<br />
[15]Non chiedo che tu li tolga dal mondo, ma che li custodisca dal maligno. [16]Essi non sono del mondo, come io non sono del mondo. [17]Consacrali nella verità. La tua parola è verità. [18]Come tu mi hai mandato nel mondo, anch&#8217;io li ho mandati nel mondo; [19]per loro io consacro me stesso, perché siano anch&#8217;essi consacrati nella verità.<br />
Il cristiano è “nel” mondo e Gesù non chiede al Padre di toglierli dal mondo. Gesù stesso, incarnandosi, è entrato nel mondo e vi ha vissuto pienamente, non sottraendosi alle questioni sociali, politiche, di giustizia, di pace, di rapporti personali e collettivi. Non c’è dunque affatto, in questo testo di Giovanni, alcun spazio per interpretazioni negative di questo mondo, quasi che il cristiano dovesse disprezzare la vita terrena per meglio concentrarsi su quella eterna. Finchè il Signore gli concede di vivere su questa terra, il cristiano deve spendere ogni sua energia per intessere rapporti di amore, riconciliazione e giustizia fra gli esseri umani. La differenza cristiana, per citare un libro di Enzo Bianchi, sta nel vivere pienamente nel mondo sapendo però che la prospettiva è quella della vita eterna dopo la morte terrena, il che significa vivere e guardare alle cose in modo spirituale. La spiritualità è proprio questo: non moltiplicare preghiere e pratiche religiose, ma vivere pienamente la vita terrena nella prospettiva della vita eterna, guardare alle cose terrene con lo sguardo che avrebbe Gesù. Purtroppo una visione negativa delle cose del mondo ha prodotto per secoli un invito a fuggire da questa terra guardando solamente alla vita eterna: ci ha pensato il Concilio a spazzar via questa visione distorta delle cose. Già all’inizio della costituzione conciliare Gaudium et Spes leggiamo:</p>
<p>“Le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce degli uomini d&#8217;oggi, dei poveri soprattutto e di tutti coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le angosce dei discepoli di Cristo, e nulla Vi è di genuinamente umano che non trovi eco nel loro cuore.<br />
La loro comunità, infatti, è composta di uomini i quali, riuniti insieme nel Cristo, sono guidati dallo Spirito Santo nel loro pellegrinaggio verso il regno del Padre, ed hanno ricevuto un messaggio di salvezza da proporre a tutti.<br />
Perciò la comunità dei cristiani si sente realmente e intimamente solidale con il genere umano e con la sua storia.</p>
<p>Quasi una esegesi del testo di Giovanni è la famosa lettera “A Diogneto” La Lettera a Diogneto è un breve scritto in greco, che un ignoto cristiano della prima metà del II° secolo rivolge a un amico per spiegare e difendere la nuova fede cristiana. È uno dei più suggestivi documenti dell&#8217;antica letteratura cristiana che appartiene ai cosiddetti &#8220;Padri apostolici&#8221;. Leggiamone i punti 5 e 6.</p>
<p>I cristiani non si differenziano dal resto degli uomini, né per territorio, né per lingua, né per consuetudini di vita. Infatti non abitano città particolari, né usano un qualche strano linguaggio, né conducono uno speciale genere di vita. La loro dottrina non fu inventata per riflessione e indagine di uomini amanti delle novità, né essi si appoggiano, come taluni, sopra un sistema filosofico umano. La dottrina di un Dio è la loro filosofia. Dimorano in città sia civili che barbare, come capita. E, pur seguendo nel vestito, nel vitto e nel resto della vita le usanze del luogo, si propongono una forma di vita meravigliosa e per ammissione di tutti incredibile. Abitano ciascuno la loro patria, ma come forestieri. Partecipano a tutte le attività di buoni cittadini e accettano tutti gli oneri come ospiti di passaggio. Ogni terra straniera è patria per loro, mentre ogni patria è per essi terra straniera. Come tutti gli altri si sposano e hanno figli, ma non mettono in pericolo i loro bambini. Amano fare comunione fra loro e sono fedeli al matrimonio. Vivono nel corpo, ma non secondo il corpo. Trascorrono la loro vita sulla terra, ma la loro cittadinanza è quella del cielo. Obbediscono alle leggi stabilite, ma con il loro modo di vivere sono superiori alle leggi. Amano tutti e da tutti sono perseguitati. Sono sconosciuti eppure condannati. Sono mandati a morte, ma con questo ricevono la vita. Sono poveri, ma arricchiscono molti. Mancano di ogni cosa, ma trovano tutto in sovrabbondanza. Sono disprezzati, ma nel disprezzo trovano la loro gloria. Sono colpiti nella fama e intanto si rende testimonianza alla loro giustizia. Sono ingiuriati e benedicono, sono trattati con disprezzo e ricambiano con l&#8217;onore. Pur facendo il bene sono puniti come malfattori e quando sono puniti si rallegrano, quasi si desse loro la vita. Gli eretici fanno loro guerra come a gente straniera e i pagani li perseguitano, ma quanti li odiano non sanno dire il motivo della loro inimicizia. In una parola, i cristiani sono nel mondo quello che è l&#8217;anima nel corpo. L&#8217;anima si trova in tutte le membra del corpo; anche i cristiani sono sparsi nelle città del mondo. L&#8217;anima abita nel corpo, ma non proviene dal corpo; anche i cristiani abitano in questo mondo, ma non sono del mondo.</p>
<p>Una seconda conclusione che potremmo trarre è allora che il cristiano è chiamato a vivere pienamente nel mondo camminando a fianco del resto dell’umanità, consapevole che solo nel Regno dei cieli vi sarà piena giustizia e riconciliazione ma non per questo rinunciando a lottare già qui ed ora per la giustizia, la pace e la salvaguardia del creato con tutti gli uomini e le donne di buona volontà.</p>
<p>Così vissuta non c’è alcuno spazio per quella “religione oppio dei popoli“ o quella visione alienante della fede che pure si è così tanto diffusa nella convinzione di tante persone fino alla metà del secolo scorso.</p>
<p>L’ultimo testo che vi propongo lo traggo dagli Atti degli Apostoli. In particolare al capitolo 2 e poi al capitolo 4, in quelli che sono chiamati “I sommari”, viene descritta la vita delle prime comunità cristiane. Quelle descrizioni non hanno semplicemente un valore storico ma ci dicono espressamente come dovrebbero vivere anche oggi le comunità cristiane. Sono dunque una indicazione preziosa e precisa per noi oggi. Leggiamo.<br />
At 2 &#8211; La prima comunità cristiana<br />
[42]Erano assidui nell&#8217;ascoltare l&#8217;insegnamento degli apostoli e nell&#8217;unione fraterna, nella frazione del pane e nelle preghiere. [43]Un senso di timore era in tutti e prodigi e segni avvenivano per opera degli apostoli. [44]Tutti coloro che erano diventati credenti stavano insieme e tenevano ogni cosa in comune; [45]chi aveva proprietà e sostanze le vendeva e ne faceva parte a tutti, secondo il bisogno di ciascuno. [46]Ogni giorno tutti insieme frequentavano il tempio e spezzavano il pane a casa prendendo i pasti con letizia e semplicità di cuore, [47]lodando Dio e godendo la simpatia di tutto il popolo. [48]Intanto il Signore ogni giorno aggiungeva alla comunità quelli che erano salvati.<br />
At 4 – La prima comunità cristiana<br />
[32]La moltitudine di coloro che eran venuti alla fede aveva un cuore solo e un’anima sola e nessuno diceva sua proprietà quello che gli apparteneva, ma ogni cosa era fra loro comune. [33]Con grande forza gli apostoli rendevano testimonianza della risurrezione del Signore Gesù e tutti essi godevano di grande simpatia. [34]Nessuno infatti tra loro era bisognoso, perché quanti possedevano campi o case li vendevano, portavano l’importo di ciò che era stato venduto [35]e lo deponevano ai piedi degli apostoli; e poi veniva distribuito a ciascuno secondo il bisogno.<br />
Troviamo in questi testi da una parte una grande coesione interna delle comunità cristiane, che si volevano bene e vivevano in una grande prassi di reciproca solidarietà, ma anche un rapporto sano e positivo con il mondo, considerato non il luogo della perdizione e del male ma il campo nel quale il Signore ha mandato i suoi fedeli a lavorare, dove c’è zizzania ma anche tanto frutto buono, così come zizzania e frutto buono c’è nella Chiesa.</p>
<p>Una terza conclusione che mi pare si possa trarre è allora questa: prima e più ancora di dire agli altri quello che devono fare, prima e più ancora di voler inserire nelle leggi dello Stato le proprie convinzioni etiche, il cristiano deve vivere ciò che annuncia e annunciare ciò che vive. Altrimenti anche per essi vale l’accusa di Gesù in Lc 11,46:</p>
<p>«Guai anche a voi, dottori della legge, che caricate gli uomini di pesi insopportabili, e quei pesi voi non li toccate nemmeno con un dito!<br />
La prassi dei cristiani sul tema della laicità: ieri, oggi, domani.<br />
Sarebbe lunga e molto complessa l’analisi del rapporto fra i cristiani e il mondo, e quindi in fin dei conti l’analisi della prassi dei cristiani sul tema della laicità, nel corso dei secoli. Si pensi solo ai primi 3 secoli, coi cristiani perseguitati ed espulsi dalla società civile; poi con l’editto di Costantino del 313 ammessi alla vita civile e quindi con l’editto di Teodosio, nel 395, addirittura considerati gli unici ammessi ai culti religiosi, con tutto ciò che questo ha comportato in termini di compromessi con il potere e depauperamento della forza e della libertà del Vangelo.<br />
Credo che sia più interessante concentrarci su periodo che va dal Concilio Vaticano II ad oggi, sia perchè sono anni che abbiamo largamente vissuto sia perché vi possiamo trarre preziose indicazioni per il futuro.<br />
Prima di affrontare il Concilio, però, credo vada accennato a quanto accadde in Italia con i lavori della costituente perché a me pare che ciò che avvenne sia stato uno splendido esempio di laicità dei cattolici impegnati in politica, primo fra tutti quel Giuseppe Dossetti che ebbe poi parte così importante anche durante i lavori conciliari. La Costituzione che ne è scaturita è uno straordinario esempio di come si possano scrivere le regole fondamentali del vivere civile non al ribasso, rinunciando ciascuno al contributo delle proprie idealità, ma al contrario mettendole tutte in gioco, apprezzando ciò che viene da una parte politica e culturale diversa ma tentando seriamente di produrre una sinfonia delle differenze, come poi si è rivelata la Costituzione italiana.<br />
Si dirà che c’erano ben altri protagonisti della vita politica e sociale di quelli che sono oggi sulla scena: se questo è certamente vero, non è un motivo valido per rinunciare a priori a tentare di rimettere assieme i cocci di una società disgregata e spezzettata come è la nostra oggi.</p>
<p>Il Concilio ha trattato il tema della laicità, e in particolare del rapporto con il mondo, soprattutto nella Gaudium et Spes. Ma voglio partire dal discorso di apertura del Concilio di Papa Giovanni, rileggendo alcuni passaggi straordinari e illuminanti sul tema che stiamo affrontando.<br />
Dopo averne parlato solamente con alcuni dei suoi più stretti collaboratori, ad appena tre mesi dal suo insediamento, il 25 gennaio 1959 papa Giovanni rende nota la decisione di convocare un concilio ecumenico. La notizia stupisce il mondo intero e preoccupa la curia vaticana, che è incredula di fronte ad una decisione così importante, gravida di conseguenze sul futuro della chiesa. Anche perché papa Giovanni vuole un concilio non tanto per definire nuove verità, ma per aiutare la chiesa a calare meglio il Vangelo in un mondo profondamente cambiato. E vuole un concilio deliberante e non semplicemente consultivo, e questo preoccupa ancor più la curia romana. È così che l’11 ottobre 1962 pronuncia il discorso di apertura del Concilio che così si sviluppa ai punti 2 e 3: 2. Spesso infatti avviene, come abbiamo sperimentato nell’adempiere il quotidiano ministero apostolico, che, non senza offesa per le Nostre orecchie, ci vengano riferite le voci di alcuni che, sebbene accesi di zelo per la religione, valutano però i fatti senza sufficiente obiettività né prudente giudizio. Nelle attuali condizioni della società umana essi non sono capaci di vedere altro che rovine e guai; vanno dicendo che i nostri tempi, se si confrontano con i secoli passati, risultano del tutto peggiori; e arrivano fino al punto di comportarsi come se non avessero nulla da imparare dalla storia, che è maestra di vita, e come se ai tempi dei precedenti Concili tutto procedesse felicemente quanto alla dottrina cristiana, alla morale, alla giusta libertà della Chiesa. 3. A Noi sembra di dover risolutamente dissentire da codesti profeti di sventura, che annunziano sempre il peggio, quasi incombesse la fine del mondo.  Quando anche oggi, purtroppo, molti profeti di sventura, dentro la chiesa, non vedono altro che una chiesa assediata e ferita, attaccata e violata da tutte le parti, e vedono solo cose negative e un futuro disastroso, questo discorso del papa costituisce una vera e propria boccata d’aria fresca.<br />
Ma dicevamo che è la costituzione Gaudium et Spes che affronta al Concilio il rapporto fra chiesa e mondo contemporaneo.<br />
Sul ruolo dei laici cristiani così si esprime la Gaudium et Spes al punto 43:</p>
<p>Ai laici spettano propriamente, anche se non esclusivamente, gli impegni e le attività temporali. Quando essi, dunque, agiscono quali cittadini del mondo, sia individualmente sia associati, non solo rispetteranno le leggi proprie di ciascuna disciplina, ma si sforzeranno di acquistare una vera perizia in quei campi. Daranno volentieri la loro cooperazione a quanti mirano a identiche finalità. Nel rispetto delle esigenze della fede e ripieni della sua forza, escogitino senza tregua nuove iniziative, ove occorra, e ne assicurino la realizzazione.<br />
Spetta alla loro coscienza, già convenientemente formata, di inscrivere la legge divina nella vita della città terrena. Dai sacerdoti i laici si aspettino luce e forza spirituale.<br />
Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che, ad ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta, o che proprio a questo li chiami la loro missione; assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero (97).<br />
Per lo più sarà la stessa visione cristiana della realtà che li orienterà, in certe circostanze, a una determinata soluzione. Tuttavia, altri fedeli altrettanto sinceramente potranno esprimere un giudizio diverso sulla medesima questione, come succede abbastanza spesso e legittimamente.<br />
Ché se le soluzioni proposte da un lato o dall&#8217;altro, anche oltre le intenzioni delle parti, vengono facilmente da molti collegate con il messaggio evangelico, in tali casi ricordino essi che nessuno ha il diritto di rivendicare esclusivamente in favore della propria opinione l&#8217;autorità della Chiesa.<br />
Invece cerchino sempre di illuminarsi vicendevolmente attraverso un dialogo sincero, mantenendo sempre la mutua carità e avendo cura in primo luogo del bene comune.<br />
I laici, che hanno responsabilità attive dentro tutta la vita della Chiesa, non solo son tenuti a procurare l&#8217;animazione del mondo con lo spirito cristiano, ma sono chiamati anche ad essere testimoni di Cristo in ogni circostanza e anche in mezzo alla comunità umana.</p>
<p>C’è dunque nel Concilio una visione positiva dell’impegno dei laici nel sociale e nel politico, che Paolo VI sintetizzerà nella frase: “La politica è la più alta forma di carità”.</p>
<p>Riprendendo ora i testi sui quali vi siete preparati per questo seminario, parto dall’intervento di Ilvo Diamanti, sociologo dell’università di Urbino e politologo.</p>
<p>Dai dati del CENSIS e dell’EURISPES si coglie che l’Italia è oggi un paese spezzettato, senza identità, in cui ognuno corre da solo e non ha il senso del bene pubblico, del bene comune: “neanche le tradizionali organizzazioni di solidarietà (volontariato ecc.), ma neppure l’azione dei cattolici, siano oggi in grado di creare unità ed integrazione”.<br />
C’è un “inverno civile” simile a quello del ’92 nei giorni di tangentopoli. Ma a differenza di allora, dove di fronte alla dissoluzione dei partiti e alla delegittimazione della classe politica c’era una forte speranza che l’Italia uscisse da quella “anomalia” in cui viveva, oggi non c’è più speranza, non si riesce ad immaginare il futuro. Allora insieme al &#8220;muro&#8221; erano crollate anche le ideologie. E dopo la fine della DC, i cattolici si erano &#8220;sparsi&#8221; in tutte le direzioni, in tutti i principali partiti. Ma si avvertiva nel paese un forte desiderio di ripartire, di farcela ad entrare in Europa. Sindaci e Sindacati, associazioni e organizzazioni di categoria riuscivano ancora a coagulare e tenere assieme l’Italia. Oggi, “I ganci si sono sganciati”, i sindaci non fanno più miracoli. Il Paese si è spezzato. Il Mezzogiorno è rientrato nella spirale del sottosviluppo, ricacciato negli stereotipi del passato. Il Nord &#8211; e il Nordest, in particolare &#8211; impegnato a marcare le distanze da Roma e dal Sud. L&#8217;Unione Europea non è percepita più come un&#8217;ancora ma, da una quota crescente di cittadini, come un vincolo, un freno. Le Onlus si stanno trasformando in grandi imprese, per quanto dedite a finalità benefiche. Parte del volontariato si è, anch’esso, aziendalizzato. La compassione e la solidarietà si sono mediatizzate. Praticate a distanza. Un Sms, un&#8217;offerta sul proprio conto. Un clic e via. Siamo più buoni. Cattolici e laici: non definiscono più identità compatibili. Ma sempre più alternative. Solchi di una comunità che non è più tale. Divisa dall&#8217;etica e nella politica.<br />
E padre Bartolomeo Sorge, direttore di “Aggiornamenti sociali”, aggiunge:</p>
<p>La cosiddetta “religione civile” riconosce che la religione dà stabilità e coesione alla vita civile, si oppone alla violenza, favorisce la pace. Pertanto in via di fatto sono superate le vecchie ragioni dell’illuminismo che — di fronte agli abusi perpetrati in nome di Dio — aveva fatto ricorso alla «laicità» come a una istanza di ragione universale esterna alla religione, riducendo quest’ultima a mero fenomeno privato. È una evoluzione certamente positiva, ma non senza problemi. Infatti, c’è il rischio che la religione sia vista soprattutto come un utile supporto al raggiungimento di finalità civili, con possibili nuove reciproche strumentalizzazioni nel rapporto tra Stato e Chiesa, simili a quelle che caratterizzarono la vecchia «cristianità». Il danno maggiore lo subirebbe la Chiesa. Infatti — come scrive Enzo Bianchi —, la riduzione della religione a fenomeno culturale e civile fa nascere «un cristianesimo finora inedito (lo si può forse definire post-cristiano) che […] non vuole più essere giudicato sul suo essere o meno “evangelo”; un cristianesimo che preferisce essere declinato come “religione civile”, capace di fornire un’anima alla società, una coesione a identità politiche, diventando così quella morale comune che oggi sembra deducibile solo a partire dalle religioni. In quest’ottica pare che l’unico interesse sia che la Chiesa rappresenti un elemento centrale della vita della società, e poco importa se questo significa che il Vangelo perda il suo primato, che non ci sia più possibilità di profezia, che finiscano per prevalere logiche di potere». Si tratta di un pericolo reale, verso cui spingono i cosiddetti «atei devoti». Sono alcuni intellettuali e figure istituzionali di spicco che, pur dichiarandosi non credenti (e magari avendo avversato la Chiesa fino a ieri), oggi — di fronte ai processi di secolarizzazione e di frammentazione spirituale che accompagnano l’affermarsi di una società multietnica e multireligiosa — vedono nel cristianesimo un baluardo a difesa della identità e della cultura occidentale, con la quale lo identificano. Questa visione strumentale del cristianesimo spegne di fatto la profezia evangelica. È lamentevole, perciò, che non se ne rendano conto quegli ecclesiastici e quei movimenti che parteggiano apertamente per gli «atei devoti». Certo, nessuno può impedire ai vescovi di rivolgersi anche ai responsabili del bene comune, in particolare quando sono in discussione esigenze etiche fondamentali, come quelle riguardanti la persona, la vita, la famiglia. È un loro dovere, che rientra nella missione della Chiesa di illuminare e formare le coscienze sul piano etico e religioso. Tuttavia, i Pastori non devono sostituirsi ai laici, ai quali spetta la responsabilità di compiere le necessarie mediazioni dai principi alla prassi politica. «Dai sacerdoti — dice il Concilio Vaticano II — i laici si aspettino luce e forza spirituale. Non pensino però che i loro pastori siano sempre esperti a tal punto che a ogni nuovo problema che sorge, anche a quelli gravi, essi possano avere pronta una soluzione concreta o che proprio a questo li chiami la loro missione: assumano invece essi, piuttosto, la propria responsabilità, alla luce della sapienza cristiana e facendo attenzione rispettosa alla dottrina del Magistero» (Gaudium et spes, n. 43). È importante quindi, per quanto concerne il Magistero, evitare, anche nel tono e nella forma, di dare l’impressione che esso voglia «dettare leggi» allo Stato o attentare alla sua laicità. Ciò servirebbe solo ad accreditare ulteriormente l’idea di una «religione civile». Nello stesso tempo, per quanto concerne lo Stato, occorre ribadire che autonomia dalla sfera religiosa non significa affatto autonomia dalla sfera morale, come invece propongono le teorie etiche procedurali, sostenendo una (solo apparente) neutralità del diritto. Perciò, non ha senso ed è fuorviante definire «confessionale» la difesa da parte della Chiesa di esigenze etiche, che concordano poi con i principi laici su cui si fonda la democrazia: il rispetto della persona, la libertà, la solidarietà, l’uguaglianza dei diritti, la giustizia e la pace. In altre parole, la politica è laica, laici sono i valori a cui essa si ispira, laiche le finalità a cui tende. Pertanto laiche saranno anche le scelte che i cattolici sono chiamati a compiere in politica insieme a tutti gli uomini di buona volontà e in coerenza con la loro ispirazione religiosa. A questo punto, però, occorre precisare il concetto di «laicità».<br />
Il Concilio Vaticano II ha riconosciuto la laicità come valore. Infatti — spiega la costituzione Gaudium et spes — le realtà temporali hanno un loro valore intrinseco, hanno finalità, leggi e strumenti propri, che non dipendono dalla rivelazione soprannaturale: «È in virtù della creazione stessa che le cose tutte ricevono la propria consistenza, verità, bontà, le loro leggi proprie e il loro ordine. L’uomo è tenuto a rispettare tutto ciò, riconoscendo le esigenze di metodo proprie di ogni singola arte o scienza» (Gaudium et spes, n. 36). Per la Chiesa, quindi, la laicità non è un accidente storico, ma ha addirittura un fondamento teologico.<br />
Ora, sul piano politico, la nuova laicità, intesa non più come separazione tra diversi, ma come «fecondazione reciproca», comporta che, senza rinunciare alla propria identità, credenti e non credenti cerchino insieme piste concrete per realizzare il maggior bene comune possibile in una data situazione, consapevoli delle necessarie mediazioni da compiere. Ciò può fare problema soprattutto ai cattolici, chiamati a ispirare le scelte politiche a esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili. Tuttavia, è la natura stessa dell’arte politica a non consentire che quelle esigenze assolute si traducano immediatamente in leggi, ma a imporre la necessaria gradualità richiesta dalle situazioni concrete.<br />
Lo rileva il Compendio della dottrina sociale della Chiesa: «Il fedele laico è chiamato a individuare, nelle concrete situazioni politiche, i passi realisticamente possibili per dare attuazione ai principi e ai valori morali propri della vita sociale. […] la fede non ha mai preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti sociopolitici, consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli» (n. 568). Pertanto, la collaborazione politica dei cattolici con partner di diverso orientamento culturale va impostata laicamente e nel rispetto delle regole democratiche, ma senza compromettere la propria identità e in coerenza con i valori ispiratori. Il cristiano sa che Cristo è la via, la verità e la vita (e ciò gli dà una certezza incrollabile nell’agire), ma è cosciente che la conoscenza del percorso concreto è sempre imperfetta. Sarà lo Spirito a guidare alla conoscenza più piena della verità (cfr Gv 16,13), servendosi anche delle situazioni storiche, dei «segni dei tempi» e del dialogo interculturale. Dando e ricevendo. Quindi in politica il rispetto della nuova laicità esige, da un lato, che il cristiano non tenti di imporre agli altri la luce che gli viene dalla fede religiosa, ma si sforzi di tradurla in termini laici, comprensibili e accettabili da tutti; d’altro lato, esso richiede che i partner laici siano ugualmente disponibili al dialogo e al confronto, prendendo atto che la ispirazione religiosa è portatrice di motivazioni forti per un impegno politico coraggioso ed efficace. Questo incontro confronto tra credenti e non credenti sul piano della laicità è una ricchezza della democrazia matura. In ogni caso, il cristiano è cosciente di essere portatore di un contributo specifico, di cui il mondo ha bisogno: immettere nella vita politica e nella costruzione della città dell’uomo il cemento della carità, inteso laicamente come solidarietà. Coerentemente con il Vangelo, egli vivrà l’esercizio del potere non come privilegio, ma come servizio. Vigilerà affinché la nuova laicità non degeneri in omologazione (al «pensiero unico») e non favorisca la deriva neoliberista, i cui esiti sono altrettanto esiziali di quelli del liberismo illuministico.<br />
I cattolici, quindi, devono essere capaci anche di esercitare un ruolo di opposizione. Come potrebbero non opporsi, democraticamente e laicamente, a una visione utilitaristica della politica, che usa il potere a difesa di interessi corporativi o addirittura personali, relegando in secondo piano le ragioni dei deboli che non godono dei diritti sociali? Come potrebbero non opporsi a scelte politiche che portano al disfacimento della famiglia o attentano alla vita umana e alla sua dignità? Dunque i cristiani, mentre si impegnano in politica a rispettare pienamente la laicità e le regole democratiche, ricercando il maggior bene concretamente possibile in dialogo con gli uomini di buona volontà, non rinunceranno mai a testimoniare la forza profetica e critica del Vangelo. Tocca alla Chiesa intera di annunziare profeticamente, con la Parola e con la vita, che «il potere di Dio è diverso dal potere dei potenti del mondo. Il modo di agire di Dio è diverso da come noi lo immaginiamo e da come vorremmo imporlo anche a Lui.<br />
Dio in questo mondo non entra in concorrenza con le forme terrene del potere. Non contrappone le sue divisioni ad altre divisioni. […] Egli contrappone al potere rumoroso e prepotente di questo mondo il potere inerme dell’amore, che sulla Croce — e poi sempre di nuovo nel corso della storia — soccombe, e tuttavia costituisce la cosa nuova, divina che poi si oppone all’ingiustizia e instaura il Regno di Dio» (BENEDETTO XVI, «Omelia alla Veglia di preghiera, durante la XX Giornata Mondiale della Gioventù», in L’Osservatore Romano, 22-23 agosto 2005).</p>
<p>Lo scontro sulla laicità e sul rapporto chiesa-mondo oggi passa duramente anche all’interno delle comunità dei credenti. Voglio darvene conto riportando alcuni scontri durissimi degli ultimi tempi.<br />
Già durante il referendum sulla legge 40 sulla fecondazione assistita, il mondo cattolico si spaccò non tanto sull’essere favorevoli o meno al merito delle questioni, alcune molto tecniche e di difficile comprensione, quanto sulla opportunità o meno dell’intervento del presidente dei Vescovi italiani che non si limitò a richiamare i valori e i principi in gioco ma scese nell’agone politico indicando addirittura la modalità di voto che i cattolici dovevano attuare. Se questo comportamento da una parte lascia perplessi, pensando anche che il diritto canonico vieta a diaconi, preti e vescovi di fare politica, dall’altro umilia il ruolo dei laici cattolici che da questi interventi sono di fatto privati di qualunque capacità autonoma di discernimento e di proposta politica che invece, il concilio la ha ribadito, è il tipico terreno dei laici.<br />
Ma anche recentemente il problema si è riproposto con il caso di Eluana Englaro. Senza riaprire una polemica che ci porterebbe lontano, in tema di laicità va citato un episodio significativo del clima in cui viviamo. In risposta ad un feroce attacco che il super laicista ateo devoto Giuliano Ferrara aveva portato al card. Tettamanzi, reo di aver avuto parole misurate e sagge sulla questione, l’Associazione dei Medici Cattolici gli ha impartito una lezioni di laicità così scrivendogli: “… ci spiace, ma per noi hai sbagliato valutazione; non è vero che il pensiero dell’arcivescovo Dionigi Tettamanzi è stato tiepido, glossa alla vita reale senza volersi sporcare la penna. Al contrario è un richiamo caldo, limpido e reale alla coscienza di ognuno, credente o laico che sia. Da cattolici ti rispondiamo laicamente che da certe questioni non devono più tirarsi indietro i soggetti competenti: mondo medico-scientifico da una parte e mondo politico dall’altra, il quale deve aprire un serio dibattito in sede parlamentare, … senza guerre preconcette, anzi con animo pacato e nel pieno rispetto delle opinioni altrui. Non possiamo demandare e domandare a un vescovo qualcosa di più del suo compito”. Parole chiare ed ineccepibili.<br />
Infine la questione del Concordato. Se a sentir parlare di rimessa in discussione del Concordato fra Stato e Chiesa c’è una reazione veemente da parte dei vertici della chiesa italiana, pochi giorni fa il vescovo emerito Luigi Bettazzi ha affermato: “In Italia il Concordato è stato fatto durante una dittatura, per salvare la propria libertà. Per questo penso che oggi il modello ideale per il nostro Paese potrebbe essere quello americano: negli USA non si fanno concordati, ma leggi che valgono per tutte le religioni”. La posizione del vescovo Bettazzi è pienamente in linea con la costituzione conciliare Gaudium et Spes che al n. 76 afferma:<br />
È di grande importanza, soprattutto in una società pluralista, che si abbia una giusta visione dei rapporti tra la comunità politica e la Chiesa e che si faccia una chiara distinzione tra le azioni che i fedeli, individualmente o in gruppo, compiono in proprio nome, come cittadini, guidati dalla loro coscienza cristiana, e le azioni che essi compiono in nome della Chiesa in comunione con i loro pastori.  La Chiesa che, in ragione del suo ufficio e della sua competenza, in nessuna maniera si confonde con la comunità politica e non è legata ad alcun sistema politico, è insieme il segno e la salvaguardia del carattere trascendente della persona umana. Tuttavia essa non pone la sua speranza nei privilegi offertigli dall&#8217;autorità civile. Anzi, essa rinunzierà all&#8217;esercizio di certi diritti legittimamente acquisiti, ove constatasse che il loro uso può far dubitare della sincerità della sua testimonianza o nuove circostanze esigessero altre disposizioni.</p>
<p>È chiaro che il Concordato firmato da Craxi e dal card. Casaroli nel 1984 da alla Chiesa cattolica privilegi che sono in contrasto con quanto affermato dalla Gaudium et Spes al punto appena letto, e una regolamentazione per legge ordinaria darebbe certamente maggiore chiarezza e reciproca libertà a Stato e Chiesa.<br />
Conclusione.<br />
In questo tempo così confuso, in cui i laicisti fanno gli atei devoti, alcuni Vescovi danno indicazioni politiche, i movimenti cattolici sono divisi, i cattolici sono dispersi non solo in tanti partiti, il che è legittimo e ormai acquisito, ma anche sul modo di intendere il rapporto chiesa-mondo, voglio concludere con un illuminante e straordinario intervento che nel 1976 scrisse Gianni Zaccherini. Gianni è stato per me un riferimento spirituale fondamentale: profondo conoscitore della Bibbia, uomo di grande generosità e amore, padre di sette famiglie di cui tre in affido, fu chiamato a trasferirsi da Fano a Monteveglio dal suo grande amico don Giuseppe Dossetti. Gianni è morto in un incidente stradale in una fredda mattina d’inverno di quasi sette anni fa, mentre come sempre andava a portare la parola di Dio in una parrocchia. Un giovane di ritorno dal sabato sera sbandando gli è andato addosso e l’ha ucciso. Gianni, dicevo, ha scritto questo testo nel 1976 che vi voglio leggere e col quale concludo il mio intervento.</p>
<p>Il multiforme servizio del cristiano ha una convergenza unica: l&#8217;evangelizzazione; e si articola in due momenti, il momento comunitario e quello personale, in modo tale che la comunità cristiana si trova ad essere il luogo privilegiato della liberazione e del servizio. Se il cristiano è l&#8217;uomo reso libero per il servizio di ogni uomo, testimoniare il vangelo significa proprio rendere manifesta questa realtà. Questo è il compito della Chiesa, comunità degli uomini liberi che si pongono al servizio degli uomini nel mondo.<br />
A parte la non conformità storica della Chiesa a questa sua vocazione per una lunga prassi di tradimenti e infedeltà, bisogna individuare e negare alcune possibili «tentazioni» che costituiscono il supporto di ogni infedeltà. Sarà così possibile individuare con sufficiente chiarezza le modalità del servizio che la Chiesa deve rendere al mondo nel suo cammino verso la liberazione.<br />
Una prima tentazione è quella che ci porta a considerare la Chiesa e la società civile come due dimensioni separate, autonome ed autosufficienti di esistenza, ciascuna con i propri contenuti e valori e le proprie settoriali esperienze. Alla Chiesa compete il «fatto religioso», alla società civile il «fatto politico». In questa prospettiva alla sfera del religioso viene assegnato l&#8217;aspetto individuale-pietistico dell&#8217;esistenza, mentre il momento socio-politico viene assunto dalla comunità civile, nel senso mondano del termine. Anche i momenti associativi nella sfera del religioso conservano una dimensione prettamente individualistico-pietistica. Data però la complessità dei termini in gioco, ne consegue una conflittualità permanente in cui emerge e prevale la logica di potenza mondana a cui soggiacciono entrambe le realtà. Infatti la società religiosa pretende sempre di «animare» quella politica, di finalizzarla a sé, di «cristianizzarla», e gli individui e i gruppi organizzati all&#8217;interno del fatto religioso diventano elementi e strumenti di potenza sul piano politico-mondano. E quando i cristiani singolarmente o associati accedono, in questa prospettiva, all&#8217;azione politica, ne usano con cinismo e spregiudicatezza, con passione corrotta e corruttrice come nessuno. È questa la prassi di Chiesa a cui siamo stati formati e che ancor oggi è purtroppo dominante. Il modo di considerare l&#8217;economia, la scuola, l&#8217;assistenza sanitaria e civile ad ogni livello, l&#8217;amministrazione della giustizia rientrano in questo quadro, di cui non ultimo drammatico episodio è stato il referendum sullo istituto civile del divorzio.<br />
Una seconda tentazione è quella che giustamente riconosce nella Chiesa l&#8217;attuarsi di una totalità di esperienza «politica» (e non solo di una prassi individualistico-pietistica solo estrinsecamente rivolta al socio-politico) ma poi, con una sorta di corto circuito riducente, ne proietta immediatamente la prassi nella esperienza politica mondana come nel campo proprio di sua concretizzazione ed attuazione. Così facendo la Chiesa viene collocata sullo stesso piano del mondo, contrapponendosi ad esso sul suo stesso terreno, come scontro di civiltà,. struttura, ideologia La Chiesa cioè nel momento in cui vuole assumere in sé il mondo ne viene invece totalmente assorbita. È questa la posizione del movimento emergente di Comunione e Liberazione.<br />
La terza tentazione sembra collocarsi apparentemente al polo opposto. Si cerca cioè di eliminare pregiudizialmente e radicalmente i confini fra Chiesa e mondo concependo l&#8217;esperienza cristiana come una assunzione piena e totale delle tensioni di liberazione, rivoluzione e salvezza dell&#8217;esperienza politica mondana. La Chiesa cioè si dissolve nel mondo. Si può riconoscere in questa proposta il movimento dei cristiani per il socialismo.<br />
Secondo il Nuovo Testamento però, in una lettura che, pur tenendo conto di ogni strumento critico possibile, non cessi dal ritenerlo il prius, la fonte e la causa di ogni comprensione, la Chiesa ci appare come il nuovo mondo in Gesù Cristo, ciò che il mondo deve diventare se si converte, e che solo alla fine dei tempi sarà. Fino alla fine ci saranno due realtà, una di fronte all&#8217;altra: la Chiesa e il mondo. La realtà della vita ecclesiale è globale, «politica», esaurendo in sé una piena esperienza umana, autonoma e contrapposta, qualitativamente alternativa al mondo ed al suo habitus politico di esistenza. La Chiesa è un popolo, e la vita di un popolo è onnicomprensiva. In Atti 2,42 troviamo schizzato il volto di questo popolo: «Essi erano completamente dediti all&#8217;insegnamento degli Apostoli, alla vita comune, alla frazione del pane e alle preghiere». Ognuno di questi dati andrebbe esplicitato, ma è sufficiente soffermarsi su «vita comune». Vita comune: avere un cuor solo ed un&#8217;anima sola, non dire proprio ciò che è di tutti, servirsi a vicenda nell&#8217;amore. Se ben compreso questo dato è sconvolgente: è questa «un&#8217;usanza» che sconvolge il mondo (cfr. Atti 16,20 s.). Fra cristiani non esiste più il problema della proprietà privata, anche se secondo il diritto «civile» uno possiede qualcosa e l&#8217;altro no. Tutto è di tutti, e colui che ha bisogno ottiene gratis dal fratello. Fra cristiani non vi sono contese di fronte ai tribunali (cfr. 1 Cor. 6,1-11). Fra cristiani non ci sono più guerre o violenze di alcun genere. Per il cristiano la ricchezza non è più un valore. Il risparmio? Ci sono i fratelli nel bisogno, come può il cristiano risparmiare? Ma il futuro, la famiglia, i figli? Dio è il futuro, assieme ai fratelli. Vita in comune, condizionamento reciproco, beni in comune, abolizione dei «diritti», sovranità della legge del «servizio» (cfr. Mt. 20,28) che è la legge perfetta della libertà (cfr. Gc 1,25).<br />
Così la Chiesa annuncia con la sua presenza il Vangelo al mondo. Vivere cristiani nel mondo è testimoniare, in attesa della venuta del Signore per la conversione e la salvezza di tutti (cfr. 1 Pt 2,12). La vita di Chiesa è una proposta al mondo: venite a vedere come noi ci amiamo. Questo annuncio, questo invito, è anche sempre un giudizio: tu mondo sei incapace di tutto questo, sei finito, superato, destinato alla morte: «salvatevi da questa generazione perversa» (Atti 2,40).<br />
Contemporaneamente però la Chiesa esprime anche una dimensione di «collaborazione» col mondo, nel suo empirico e tragico cammino: pure questo è servizio. Fino alla fine dei tempi il mondo sussiste nella sua autonomia e nella sua realtà, già giudicata e condannata in Cristo, Ma sussistente per la misericordia di Dio che tutti vuole salvare. Questo mondo ha una sua «politica» e la sua storia. In questa sua realtà, in questa sua sussistenza, può esserci posto  anche per la Chiesa e per il cristiano, un posto non preteso e tanto meno imposto (come tante volte la Chiesa ha fatto e continua a fare) ma un posto proposto, come umile servizio e disponibilità. Anche così, come un&#8217;umile serva di fronte al mondo, la Chiesa proclama il vangelo di Cristo, «provoca» il mondo, gli annuncia il giudizio, gli offre la salvezza. Il servizio della Chiesa e del cristiano è allora duplice. In primo luogo l&#8217;esemplarità di una nuova esistenza comunitariamente visssuta (cfr. Atti 2,42 ss.), dall&#8217;altra un «servizio» leale e generoso, nei limiti dell&#8217;accettazione che gli viene dal mondo. La società, gli stati, le nazioni, le generazioni, i popoli, le classi, in questo mondo rimangono mondani. L&#8217;unico popolo, l&#8217;unica generazione, l&#8217;unica società che può dirsi cristiana è la Chiesa, nella sua semplicità e povertà. A livello mondano invece, la Chiesa e il cristiano si pongono come coloro che servono, che offrono la loro disponibilità più piena a quanto di buono può essere ricercato. Si lavora per la pace? Il cristiano è disponibile: lui è il beato facitore di pace, dice il Vangelo. Si lavora per una maggiore giustizia? Il cristiano è disponibile: lui, dice il Vangelo, è il beato affamato di giustizia. Si lavora per là liberazione dei popoli e degli individui, per togliere ogni uomo dalla schiavitù del bisogno e della fame, della malattia e dell&#8217;emarginazione? Si vuole offrire a tutti maggiore spazio di libertà attraverso la diffusione dello studio e della conoscenza? Il cristiano è disponibile, con il suo volto proprio, che è quello del servo di Jahvé (cfr. Is. 42,1-9; 49,1-6; 50,4-11; 52,13-53,12).</p>
<p>Luciano Benini<br />
Fano, agosto 2008</p>
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